lunedì 24 agosto 2015

Edo in Vul-tour (parte quarta... e ultima!)


Concludiamo il tour lucano di quest'anno a San Fele

e le sue cascatelle

circondate da una natura rigogliosa. Arrivederci, Basilicata!

giovedì 20 agosto 2015

Edo in Vul-tour (parte terza)

Presentazione del romanzo "Il diario di Edo" di Fabiana Sarcuno

presso Palazzo Giustino Fortunato a Rionero in Vulture (PZ)

Grazie a tutti per la splendida accoglienza!

mercoledì 19 agosto 2015

Edo in Vul-tour (parte seconda)

Da un castello all'altro: Melfi

Venosa, castello Pirro del Balzo

Venosa, chiesa del Purgatorio

LA VITA E' UNA BATTAGLIA CON I MULINI A VENTO (O CON LE PALE EOLICHE), MA BISOGNA PUR COMBATTERLA...

lunedì 17 agosto 2015

Edo in Vul-tour (parte prima)

"Il diario di Edo" alla conquista del Vulture

Nell'incantevole cornice dei laghi di Monticchio


a MELFI, città cara a Federico II

Ebbene sì, farò una presentazione del mio libro anche qui,
nella terra dei briganti

ma prima...

orecchiette con le cime di rapa!

martedì 4 agosto 2015

A mezz'ora di cammino da qui

Il chiostro di Bramante presso Santa Maria delle Grazie

Santa Maria delle Grazie: la facciata

Casa museo Boschi di Stefano

La vigna di Leonardo presso la casa degli Atellani

Santa Maria delle Grazie: un particolare dell'interno 

lunedì 27 luglio 2015

Salsomaggiore

Benvenuti nella città della Salute e del Sale!

All'interno delle terme Berzieri

Visita al borgo medievale di Scipione

Il mastio del castello della famiglia Pallavicino

E per finire... relax e gnocco fritto nel giardino botanico Gavinell

con tanto di Hortus Conclusus ed erboristeria!

martedì 21 luglio 2015

Matera: la relazioncina!

MATERA ON THE ROAD
‘Mo me ne vengo con voi…
17-18 luglio 2015

Sasso, forbice o carta? Sassi! Così risponderemmo io, Sbarby e Giuseppe, protagonisti di un viaggio insolito e memorabile, anzi direi epico: incuranti del fatto che in questi giorni è prevista l’ondata di calore più torrida dell’estate, decidiamo di attraversare la Basilicata, coast quel che coast, per raggiungere la nostra meta.
 Veramente Giuseppe vorrebbe fermarsi in un agriturismo a Lagonegro, il nostro punto di partenza, ma io e Sbarby puntiamo con ostinazione ai Sassi roventi.
Così, dopo due ore e mezza di tragitto in auto, costeggiando la piana di Metaponto e poi scorgendo le inquietanti cime aguzze delle Dolomiti Lucane, eccoci a destinazione.
Benvenuti in quello che Carlo Levi descrisse come un posto pittoresco e impressionante, un precipizio fatto di imbuti e coni rovesciati che fanno pensare all’Inferno di Dante.
Benvenuti a Matera, patrimonio dell’Unesco dal 1993 e capitale della cultura del 2019. E il termometro segna quaranta gradi!
D’altronde, se Cristo si è fermato a Eboli, noi no.
Ecco perché dopo pranzo, mentre Giuseppe si reca in albergo per una fugace pennichella, io e Sbarby ci mettiamo in cammino sotto il sole infuocato delle tre del pomeriggio.
In giro non c’è un cane, anzi a dire il vero uno sì… e meno male: diviene il nostro punto di riferimento perché ogni volta che lo ritroviamo, capiamo di aver girato in tondo.
Dinnanzi all’intrico di vicoletti, case e grotte, persino il nostro spiccato senso dell’orientamento vacilla. E l’arsura rende ancora più aspre queste strade, lasciandoci a bocca asciutta. Meno male che a Matera ci sono tante fontane!
Ma, ahinoi, l’acqua che sgorga da esse è caldissima, quasi bollente…
L’unica fontanella fresca e invitante viene arrogantemente assaltata da un cane (e sono due) con il suo padrone, che gli permette di bere, leccare e sbavazzare dappertutto, con grande scorno mio e di Sbarby.
«Ecco, hai fatto schifare le signore!» esulta poi l’umano, vedendo che indietreggiamo con aria stizzita.
Ancora assetate, cerchiamo ristoro nell’acquasantiera di svariate chiese, e proprio in una di queste, San Giovanni Battista, facciamo un incontro surreale.
Dopo essere entrate chiassosamente (la porta finisce in faccia a Sbarby perché io sono intenta a farmi il segno della croce), notiamo una signora di mezza età, all’apparenza assorta in preghiera nella chiesa vuota.
Non contenta di seguirci con lo sguardo in tutti i nostri movimenti, a un certo punto si alza e mi apostrofa: «Fate, fate signo’… fate le fotografie!»
Ma io le avrei fatte comunque, anche senza il suo incoraggiamento.
«Fate, fate… qua non vi dice niente nessuno. Io sto facendo rilegare il libro sulla chiesa e vi posso dire tutto quello che c’è».
Ma chi gliel’ha chiesto?
«Guardate ‘ste colonne! Là ci sta una Madonna e là ci sta l’altare!»
Beh, fin qui ci arrivavo anch’io…
«Guardate che vi faccio vedere, guardate qua!» farnetica, indicando un capitello riccamente decorato. «Qua ogni animale c’ha una simbologia. E il significato è che ci vogliono dire: non ci ammazziamo noi tra noi, e perché caspita vi ammazzate voi tra di voi?»
Sempre più perplessa (mentre Sbarby se la ride), provo ad accomiatarmi più volte da lei, che però mi segue anche all’esterno, per mostrarmi la facciata.
«Grazie di tutto, signora, ma ora andiamo a visitare le altre chiese di Matera perché abbiamo poco tempo» le dico.
«Ebbe’, se volete vi accompagno. ‘Mo me ne vengo pure io con voi!»
A queste parole anche Sbarby ci rimane secca: l’unica alternativa è depistarla con una finta e lasciare che si allontani mentre noi imbocchiamo un’altra strada. A caso.
Tanto per cambiare, ci ritroviamo in via Lombardi, dalle parti del primo cane.
Ah, intanto di Giuseppe nessuna notizia e la caldazza non accenna a scemare!
A spasso per il dedalo materano, chiediamo a più riprese informazioni per raggiungere una chiesa ipogea, ma lo facciamo a nostro rischio e pericolo, perché gli indigeni sono accoglienti, amichevoli e fin troppo loquaci: ogni volta ci sequestrano per almeno mezz’ora parlando del più e del meno.
Per carità, impariamo tante cose su questo meraviglioso capoluogo di provincia; tuttavia conveniamo sul fatto che sia meglio non rivolgere più la parola a nessuno per poter arrivare a San Pietro Barisano, la più grande chiesa rupestre della zona, dotata di un ambiente sotterraneo.
Qui avveniva una pratica spaventosa, cioè la “scolatura” dei cadaveri, e noi ne prendiamo atto, mentre coliamo per il sudore.
Raggiungiamo piazza XX Settembre giusto in tempo per la visita guidata, che prende le mosse da piazza del Sedile e ci consente di ammirare Sasso Barisano (chiamato così perché si affaccia sulla Puglia), Sasso Caveoso, ancora più “duro” e suggestivo, nonché il nucleo antico, la Civita, in mezzo ai due rioni.
La vista sul parco archeologico delle chiese rupestri, immerso nell’arida Murgia, è a dir poco mozzafiato: sembra di essere in mezzo al nulla, e ben si capisce il perché Mel Gibson e Pasolini abbiano ambientato in questi luoghi i loro film sulla vita di Gesù.
Qui entriamo in alcuni ambienti ipogei, come San Nicola dei Greci e altri posti solitari, in cui i monaci basiliani, in fuga dall’Oriente, hanno trovato rifugio.
Anna, la nostra accompagnatrice, ci guida lungo un percorso che comincia nel Neolitico e finisce sempre con aneddoti legati alla sua famiglia. Ma, quel che più conta, al termine della visita, promette una degustazione di prodotti tipici: mangia sano, mangia lucano.
Speranzose e affamate, ci avviamo alla volta di una casa-grotta: fino a non molti decenni fa, i contadini vivevano in questi ambienti umidi e malsani, dividendo le stanze con gli animali. Una vera “vergogna d’Italia” che non bisogna dimenticare…
Fra gli arredamenti e le suppellettili di una volta, Sbarby rinviene l’antenato (in pelle di capra?) di Armaduk, il suo inseparabile giubbone invernale. In una bottega di artigiani, invece, fanno capolino i fischietti tipici, detti “cucù”, ma anche fantasiosi presepi lavorati nel pane.
A proposito, ma quando arriva l’ora della degustazione? Sbarby la reclama a gran voce, ottenendola intorno alle 21.00. La lunga attesa viene però ripagata dal vino Aglianico, dai taralli al finocchio, per non parlare del pane materano intriso d’olio locale e la crema di lampascioni. E i peperoni cruschi di Senise, e altro ancora.
Nel frattempo Giuseppe si è svegliato e ci aspetta in albergo per proseguire la serata insieme. Una serata frizzante, per non dire “tarantolata”, dato che è in corso la festa della pizzica lucana! Tutta la piazza si scalza e danza, tranne noi tre, che ci limitiamo a osservare gli strani personaggi che sbucano tra la folla…
Dopo un breve ma intenso sonno ristoratore, siamo di nuovo tutti in pista (o tutti in pasta?), diretti alle ultime tappe di questo tour.
Innanzitutto ci imbattiamo in San Francesco da Paola, che si trova proprio vicino a casa Natali’, il nostro alloggio, e per ovvi motivi non poteva mancare!
Quindi alcuni edifici rappresentativi del Barocco pugliese, per esempio la chiesa del Purgatorio, un tantino macabra e colma di teschi, ma anche S. Agostino e S. Francesco d’Assisi.
Peccato non essere riuscita a soffermarmi su quest’ultima chiesa perché, appena vi metto piede, ecco che si palesa la signora di ieri!
«Andiamo via!» sussurra Sbarby, sudando freddo e spingendomi fuori.
Dopo aver evitato il peggio, ci dirigiamo verso il Sasso Caveoso: Santa Maria de Idris (che non ha nulla a che fare con il celeberrimo tifoso bianconero) e San Giovanni in Monterrone sorgono su uno sperone di roccia e costituiscono un complesso mirabile per la fusione tra arte bizantina e occidentale.
Più in là, Santa Maria delle Malve è nota per l’affresco della Madonna che allatta, in greco Galak qualcosa…
Ok, a Sbarby sovviene in automatico il cioccolato bianco, perciò vuol dire che è quasi ora di pranzo. A questo punto è d’uopo provare un piatto povero della tradizione materana: ‘a cialledda, a base di pane, cipolla, pomodoro, mozzarella e rucola.
Giusto per congedarci da una città che è veramente difficile descrivere e forse si può solo evocare.
Giusto per rimetterci in viaggio e riattraversare un pezzettino di quella terra sconfinata che è la Lucania.
Però, ogni percorso reca con sé delle domande, e pertanto io mi chiedo: ma se neanche gli animali si ammazzano tra loro, perché gli uomini sì? Che fine avrà fatto Idris dopo “Quelli che il calcio”? E la signora, sarà riuscita a rilegare il libro??

Anche questa è Matera!

giovedì 16 luglio 2015

Illicini presso Golfo di Policastro (PZ)




 
Qualsiasi viaggio, se intrapreso con il cuore, è un cammino verso se stessi.
 
Lo scrivevo vent'anni fa. Vale ancora oggi.

martedì 9 giugno 2015

Milano Liberty








Passeggiando per il quadrilatero del silenzio, tra via Vivaio e via Mozart...
Spiando i fenicotteri di Villa Invernizzi...
Passando dall'Art Nouveau alle meraviglie di Portaluppi...
Per approdare alla fenomenale Villa Necchi Campiglio.
Tutto ciò a MILANO!


sabato 16 maggio 2015

Trenino rosso del Bernina!

da Tirano

... varcando il confine italo svizzero

scoprendo paesaggi maestosi

a bordo del trenino più emozionante che ci sia

per approdare a St Moritz...

Un viaggio dalle mille sfumature, per colmare i propri occhi di colori e panorami indimenticabili.

domenica 10 maggio 2015

RECANATI: LA RELAZIONCINA!



Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E quieta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna.

A PROPOSITO DI GIACOMO…
Tour leopardiano (ma con momenti pirandelliani)… e non solo!

01 maggio 2015: SFONDIAMO!

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.

Sul treno diretto ad Ancona, insieme a Mari e Sara, di primissimo mattino, ripercorro mentalmente quelli che potrebbero essere i versi più soavi della letteratura italiana, opera di un poeta dalla voce imperitura: Giacomo Leopardi.
Peccato che gli studenti (di ieri, oggi e domani!) lo ricordino solo per la sua gobba e quell’etichetta di pessimista cosmico, così comoda ma tutt’altro che veritieria.
Peccato anche che sul treno salga uno stalker proveniente da Aosta, che prima fa di tutto per attaccare bottone con noi, dopodiché assiste imperturbabile ai momenti pirandelliani tipici di Mari (che non si possono spiegare a parole, bisogna semplicemente vederli!), poi ascolta, facendo finta di niente, tutti, ma proprio tutti i fatti nostri (intervenendo a sproposito di tanto in tanto) e finalmente a Bologna o giù di lì, si congeda da noi.
Sara tira un sospiro di sollievo, ma niente da fare: la profondissima quiete e i sovrumani silenzi non appartengono alla carrozza in cui siamo capitate, dal momento che fa irruzione sul treno nientepopodimeno che il ragionier Filini, seguito da un fantozziano entourage.
Mentre l’organizzatore imperterrito programma ad alta voce ogni minimo dettaglio del suo viaggio iperstrutturato, io presagisco nuvolette colme di pioggia pronte a rovesciarsi su di me e sulle mie amiche; per fortuna mi sbaglio, perché un timido sole marchigiano ci saluta, fuori dal finestrino.
Eccoci ad Ancona, giusto in tempo per cambiare treno. Destinazione: Porto Recanati.
Giunte alla prima meta del viaggio, veniamo subito conquistate dalla gentilezza e dalla calma che contraddistinguono gli indigeni… sarà per la verdeggiante dolcezza delle loro colline, sarà perché sono in grado di apprezzare il valore dell’attesa e non si agitano se il caffè o il bus non arrivano all’istante, ma li invidiamo non poco.
«E così siete fuggite dall’Expo?» domanda l’autista dell’albergo caricando i bagagli sulla vettura.
«Esatto… oggi a Milano inizia un evento pazzesco e noi ce la diamo a gambe. Speriamo che non succeda niente di brutto in città» rispondo e… non l’avessi mai detto…
L’hotel Mondial di Porto Recanati è garbato e pulito. Alla reception ci viene anche consegnato un buono gratuito per la spiaggia, che decidiamo di sfruttare nel pomeriggio.
Purtroppo fa ancora freddino per indossare i costumi e gettarsi nelle acque dell’Adriatico, in compenso Mari e Sara possono riposarsi sui lettini, mentre io improvviso un allenamento calcistico sulla sabbia.
Il pomeriggio prosegue, passeggiando amabilmente tra le vie della città, dall’aspetto molto curato e piena di case variopinte. I recanatesi sono fin troppo cordiali: al bar e in edicola quasi si vergognano di chiederci i soldi! Inoltre, quando danno delle indicazioni stradali, lo fanno in modo molto simpatico: per esempio non dicono «se prendi quella strada fai attenzione perché è chiusa, non porta da nessuna parte» ma «quella strada non SFONDA, prendete quell’altra, quella sì che SFONDA!»
Così tra un giro sul lungomare e qualche sfondamento, riusciamo anche a fare acquisti: Sara si convince a passare alle scarpe comode, io addirittura tratto loschi affari con un senegalese per una camicia taroccata!
La nostra ilarità è interrotta quando apprendiamo i fatti di Milano: delle persone incappucciate stanno devastando la città, così, tanto per distruggere qualcosa e fare bordello, come illustra saggiamente l’idiota di Pavia, mister Emblema, riproposto in tutte le salse dai vari telegiornali.
Di fronte a questo deprimente spettacolo, viene in mente soltanto una cosa: sfondiamoli!



02 maggio 2015 RECANATI E’ L’EMBLEMA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.

Per andare a Recanati non ci si può sbagliare: la fermata del bus è davanti al kebabbaro, così ci dicono tutti. Infatti, dopo un’abbondante colazione in albergo, incuranti e direi anche sprezzanti dell’effluvio del kebab, io, Mari e Sara ci infiliamo sul pullman, perché Recanati è l’emblema; se almeno una volta nella vita non sei andato a Recanati, allora sei un…
Una volta arrivate presso il natio borgo selvaggio di Giacomo, riempiamo i nostri occhi di armonia e dei versi del celeberrimo autore, disseminati un po’ ovunque, tra le strade e sui muri. Quindi incontriamo due suoi compaesani: il primo è uno strano individuo che non è in grado di scattarci una fotografia, affliggendosi per la sua negligenza; il secondo, al contrario, ci sottopone a un servizio fotografico davanti alla casa di Leopardi e nella piazzetta del Sabato del Villaggio.
La visita della dimora di Giacomo è altamente suggestiva, non soltanto perché possiamo “toccare con mano” gli oggetti e i luoghi che l’hanno visto formarsi, ma anche perché, grazie a una guida preparata e brillante, apprendiamo dettagli molto interessanti sulla vita dell’autore.
Ancora oggi, a Villa Leopardi, vivono dei discendenti di questa famiglia, per esempio una certa Olimpia…
Ci soffermiamo a lungo davanti alla finestra dalla quale il poeta contemplava Silvia riflettendo sull’inganno delle illusioni, tuttavia già pensiamo al pranzo: due ragazzi ci consigliano il ristorante di via Leopardi, in cui gustare prelibatezze locali molto genuine. La scelta è più che mai azzeccata, e dopo un pranzo soddisfacente proseguiamo la visita, in un posto dove il tempo sembra essersi fermato e le facciate delle chiese o delle antiche abitazioni sembrano ricordarcelo.
Ci attendono il Colle dell’Infinito, la Torre del Passero Solitario (che facciamo un po’ fatica a trovare, a dire il vero) e infine il Parco Letterario: è qui che Mari viene colta da un altro momento pirandelliano, tanto intenso da terrorizzare un incauto turista.

Ciao Recanati! Partiamo alla volta di Loreto, che si presenta in tutta la sua solennità: dalle eleganti mura cinquecentesche, erette per difendere questa meta di pellegrinaggio dai Turchi, all’imperdibile piazza principale, con la Fontana Maggiore e, ovviamente, il Santuario, l’attrazione più significativa… ops, volevo dire emblematica!
Al suo interno si trova la Santa Casa della Madonna che, secondo la tradizione, sarebbe stata portata qui dagli angeli: ecco perché questa reliquia, insieme alla statua della Madonna Nera, è venerata da persone provenienti da tutto il mondo.
Merita una visita anche il belvedere che si affaccia sul mare e sul promontorio del Conero.
L’incanto poetico di questa giornata viene però interrotto in hotel, a cena, quando Mari, di fronte al mio pesce al cartoccio, spiega candidamente che si cuoce grazie al suo stesso sudore… non so perché, ma mi è passato l’appetito, comunque devo dire di essere riuscita a spinare l’orata molto meglio rispetto a ieri sera! Sto facendo progressi, ma non posso condividerli con le mie amiche, dato che Mari è troppo impegnata a dare coppini sulla scottatura della povera Sara!
Beh, la scottatura è l’emblema!


03 maggio 2015: UNA SIGNORA SDENTATA E CONTENTA

Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno. 




Di nuovo in treno! In viaggio per Ancona, ultima tappa di questo tour, Mari sfoggia delle impressionanti abilità circensi, afferrando senza indugio valigie volanti, che vagano pericolosamente sulla carrozza.
Una volta giunte presso il capoluogo marchigiano, Sara ha un’idea geniale: lasciare i bagagli presso il deposito per essere più libere durante la visita. E il deposito dei bagagli si trova giustappunto nel… gabinetto della stazione.
Ma non temete: è tutto sotto controllo, e già che ci siamo ne approfittiamo anche per usare i servizi.
Dopo aver lasciato zaini e trolley nella cloaca, eccoci pronte a scoprire Ancona. A dire il vero, l’incipit non è dei migliori, dato che il quartiere della stazione è, com’è tipico, piuttosto malfamato; noi ci ostiniamo a dar retta al navigatore per ritrovarci... sul cavalcavia di una superstrada.
Dato che quest’attrazione non è poi così emblematica, ci guardiamo tutte e tre negli occhi e mettiamo via lo smartphone: meglio seguire l’istinto!
In breve, riusciamo a imboccare una strada sensata, che costeggia il lungomare Vanvitelli per poi culminare a Porta Pia, monumento che a me, sinceramente, non comunica nulla.
Cammina cammina, in una mattinata sudaticcia e afosetta (ah, già rimpiango la camminata sulla spiaggia di Porto Recanati, tra salsedine e brezza), entriamo nel centro storico, silenzioso e quieto.
Piazza della Repubblica, il Teatro delle Muse, Palazzo Ferretti, via Pizzecolli, piazza Plebiscito e la chiesa di San Francesco alle Scale sono da non perdere ma, a proposito di scale, questa città è verticale… tutta in salita. Buona parte del fascino di Ancona dipende anche da questo: è un’ascesa verso la Cittadella, dominata dalla Cattedrale di San Ciriaco.
Ma prima di arrivarci, ci scappa una visita non programmata al museo archeologico: è aperto, gratuito e gli addetti all’entrata ci tengono tanto, anzi ci rimangono male se non lo visitiamo in modo accurato! Alcune sale, come quelle dedicate al periodo greco, sono interessanti, mentre sulla Preistoria andiamo veloci. Dobbiamo salire ancora un bel po’… destinazione: San Ciriaco.
La cattedrale si trova sulla sommità di Ancona ed è davvero spettacolare: una basilica paleocristiana, in cui lo stile romanico e quello bizantino si sposano armoniosamente… davvero interessante!
Poi, siccome la discesa è sempre più rapida della salita, prima di giungere in stazione e ritirare, in bagno, i bagagli, abbiamo anche il tempo di fermarci in un bar del famigerato quartiere dei bassifondi. Veniamo accolte da una barista sdentata ma dal sorriso gioioso, intenta a nasconderci in tutti i modi la bisca clandestina che ha luogo nel retro del locale, tra grida minacciose e fragore di sedie scagliate qua e là.
Noi ricambiamo il sorriso, lo stesso che avremmo rivolto a Giacomo se la nostra gita recanatese avesse avuto luogo nella prima metà dell’Ottocento, il sorriso che lui stesso, poco prima di lasciare questo mondo, ha rivolto alla natura oltraggiosa, a un destino amaro, a chi ha tentato in ogni modo di sminuirlo, a un infinito che non si fa comprendere.
Il sorriso di un uomo grande, dall’indole generosa…


Nobil natura è quella
Che a sollevar s'ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir.