sabato 11 agosto 2007

PARIGI 2002 (Le relazioncine storiche!)

Quando ogni semaforo in cui t’imbatti è rouge,
quando vedi tutto noir…
allora, non ti resta che intonare…

LE VIE EN ROSE

PRIMO GIORNO: 24 APRILE
Il sogno di Parigi viene da lontano: annunciato a lezione da Zanchetti, bisbigliato nei corridoi, quasi ucciso dai loschi figuri del CTS[1], archetipi d’incompetenza e imbecillità, e poi, come per magia, salvato, rianimato, tanto che non sembra vero ritrovarsi, nel pomeriggio del 24 aprile, alla stazione centrale, in attesa del treno in cui sono stati prenotati i nostri posti.
In realtà, una spiacevole sorpresa ci attende sulla vettura: tre bizzarri individui hanno usurpato alcuni dei nostri posti, costringendoci a una sana sfuriata nei loro confronti.
Si tratta, più precisamente, di un vecchio, che si rifiuta decisamente di andar via, finché il treno non giunge a Genova, e di due giovani sbandati che ci tocca sopportare fino a Nizza.
Intanto, compaiono alcuni significativi personaggi del “gruppo Cattolica”: Cristina Casero, l’assistente di “Zanca[2]”, una donna di circa 40 – 45 anni, come acutamente puntualizza Daphne offendendola; Angelica e Fabio, che ostentano tutta la loro diplomazia con i tre usurpatori, senza tuttavia ottenere alcun successo. E poi Sara, Lavinia, qualche bresciano, il misterioso Eraldo, che inizialmente tutti credono un cultore d’arte contemporanea; la contessa Elena, donna di classe, con il suo carico di prugne; infine, Daphne, che, seduta accanto a me, esprime tutti i suoi languori e ripensamenti. Le sovvien del suo petit garçon, lasciato in Italia; architetta epiche imprese per cercare di condurlo a sé (treni da rincorrere, viaggi improvvisi, prenotazioni, spostamenti di stanza), ma ogni tentativo si rivela vano, e la prof. Cristina minaccia di bocciarla almeno quattro volte se seguiterà a parlare di Chicco.
Ma la Casero non si ferma qui, e si erge a protagonista assoluta della scena: oltre a prometterci un quarto d’ora di terrore durante il colloquio di storia dell’arte, cerca di mimetizzare Eraldo, il suo compagno, tra gli assistenti di Brescia; quindi ci intrattiene lietamente con una serie di pettegolezzi sui professori... la Flores è una marchesa (forse imparentata con Elena?), in gioventù Celestina Milani corteggiò Caramel[3], ovviamente invano… e via discorrendo. Ma anche noi non siamo da meno, ed è subito Nizza, tra un sospiro a Chicco e qualche simpatica allusione agli assenti.
In seguito a una breve pausa, saliamo sul treno diretto a Parigi. Lì, oltre a districarci tra gli spazi angusti dei corridoi e delle cuccette, apprendiamo qualche particolare riguardo la storia d’amore tra Eraldo e Cristina e dormiamo cullati dal riposante dondolio del treno, finché Daphne, alle quattro del mattino, non decide di andare a lavarsi i denti, destando e gettando scompiglio nell’intera cuccetta assonnata. Che notte!
Tra l’altro, alla stessa ora, un personaggio non identificato, forse un clandestino, penetra in uno dei bagni senza essere visto da alcun testimone, per non uscirne più.
Al mattino, infatti, il gabinetto è ancora occupato, perenne giaciglio di chissà quale criminale, e a nulla valgono i miei tentativi di abbattere la porta.
«Probabilmente il bagno è stato chiuso dal controllore» afferma un’altra assistente di arte, apportando una spiegazione rassicurante e banale, che tuttavia non ci appaga, e lascia aperta ogni questione sui misteri del treno Paris- Auswicht… ehm… Austerliz, pardon.

SECONDO GIORNO: 25 APRILE
«Il CTS ci ha assicurato che l’albergo è praticamente attaccato alla stazione, quindi ci arriveremo immediatamente!» sostiene qualche ingenua, in una fresca mattinata parigina, tra croissant, baghette e caffè olè[4]!
In realtà, il CTS, che una ne pensa e cento ne fa, deve aver confuso qualche stazione, e così ci rendiamo conto di essere dall’altro lato della città rispetto all’hotel Est. Ma non ci perdiamo d’animo, e subito acquistiamo un abbonamento della metropolitana, perché il tempo è denaro… come si dice in Francia: the time is Euros!
Finalmente mettiamo piede in albergo, dove io, Elena e Daphne conosciamo la nostra compagna di stanza: una bizzarra studentessa dello Stars (mah? Star wars? Dams ridotto?), impeccabile, in giacca e cravatta, ma molto, molto strana.
Daphne, tra i problemi con Chicco e quest’incomodo, vorrebbe tentare il suicidio gettandosi su Boulevard de Magenta, su cui si affaccia la nostra finestra, ma Elena la sottrae da tergo, un po’ come Rinaldo con Armida[5].
Ilaria, la compagna di stanza in questione, fa parte del “gruppo pullman”, giunto in hotel in tarda mattinata, reduce da un travagliato e interminabile viaggio, tra deviazioni e smarrimenti nel bel mezzo della Svizzera.
Barbara, infatti, appare molto provata, come del resto tutti i suoi compagni di sventura, tra cui Floriana, detta Gira-La-Moda a causa del suo prestigioso lavoro, e l’inseparabile Federica.
Il gruppo è ormai al completo: possiamo partire alla scoperta di Parigi!
La prima tappa prevede la visita a una struttura araba, dove gli ascensori sono lanciati a tutta velocità; poi è la volta del Museo d’Orsay, in cui ci immergiamo per circa sei ore, fino alla chiusura notturna.
In questo nido di capolavori, oltre alla mostra su Mondrian, ci soffermiamo sul Romanticismo, con la Casero, che ci illumina di tanto in tanto con le sue spiegazioni. Avevo proprio voglia di un po’ di Sturm und Drang!
E poi, improvvisamente, L’origine del mondo!
Si tratta di un quadro di Courbet decisamente realistico, che diverte molto Sara, sul quale indugiano tutti i maniaci presenti nel museo.
Approdati nella sezione dedicata all’Impressionismo, davanti a un quadro di Manet, vuoi per la spossatezza, vuoi per l’emozione, Daphne non riesce a distinguere un gatto bianco da un gatto nero, ma non possiamo infierire su di lei: lo smarrimento di fronte ai capolavori di Tolouse Latrec, Gauguin, Rousseau, Monet, Renoir, Morisot, Moureau, Ingres, Delacroix, Millet, Corot, Courbet, Degas, Van Gogh, Cezanne, Le Dounier, Serat e Signac (e tanti altri) è naturale.
Purtroppo, alle 21.45 circa, i francesi decidono di cacciarci dal museo, e così, esausti, affamati, infreddoliti e tormentati dai talloni doloranti, cerchiamo un posto per mangiare.
Cammina cammina, constatata l’inesistenza di un Mac Donald in tutta Paris, ripieghiamo, da bravi provinciali, su un locale tutto italiano, dove assaporiamo, dopo tanto tempo lontani da casa, i piaceri della pizza margherita, e dove Lavinia inizia a dar prova delle sue abilità di prestigiatrice, scomparendo per poi magicamente riapparire (ma questo è nulla a confronto di quanto sarebbe accaduto poi!).
In pizzeria, è Gira-La-Moda la vera rivelazione del gruppo: parla di sé, del suo lavoro, che consiste nell’organizzare sfigate di moda e nell’immobilizzare le modelle mentre cercano di vestirsi.
Scherzi a parte, si tratta di un discorso avvincente, tuttavia le sue parole suonano come l’incrocio tra un radiodramma, un cartone animato educativo e un citofono!
Al ritorno in albergo, in metropolitana, veniamo circondati da una tregenda d’uomini e donne che sembrano sapere il fatto loro. «Uh, i testimoni di Geova!!» esclamo, atterrita e sconcertata dall’improvvisa apparizione. Invece si tratta semplicemente dei controllori del metrò.
Tiriamo un sospiro di sollievo. Le notti parigine sono brave.

TERZO GIORNO: 26 APRILE
Cominciamo bene! La sveglia di Elena non suona, perbacco, dunque siamo costrette a precipitarci in bagno, e prepararci in pochi minuti.
La contessa, invece di riparare l’infame orologio, pensa ai programmi per la giornata: «potremmo visitare Notre Dame e la Saint Chapelle…» propone.
Ma la prima visita prevista è al museo Picasso, insieme all’azzoppato e sorridente professor Zanchetti, che ci ha raggiunti in aereo con un giorno di ritardo, e, sorpresa delle sorprese, è il nostro vicino di stanza!
All’entrata subiamo le angherie della portinaia del museo, che ci impedisce di passare, insultandoci in francese, ma, non appena superato quest’ostacolo, possiamo assistere allo show di “Zanca”: l’uomo rischia di precipitare dalle scale a causa del suo bastone malfermo; poi si cimenta in abbondanti spiegazioni per ogni quadro, zittendo e soverchiando l’ammutolita Cristina Casero, ed è sempre presente, quasi mimetizzandosi tra le opere di Picasso.
All’ora di pranzo, quindi, non ci resta che optare per una tipica crêperia francese, dove siamo accolti da un «alesi!» (a cui non potevo non rispondere con «Shumacher!»), dove il formaggio è molto, ma molto salato, dove Fabio e Angelica non possono trattenersi di fronte alla celebre crêpe alla nutella, e, infine, dove Elena seguita a progettare le visite future: «potremmo andare a vedere Notre Dame e la Saint Chapelle…» ripete per circa dieci volte, rivolgendomi sguardi complici. E probabilmente gli altri la prendono sul serio, dato che, sulla strada per il centro Pompidou, il gruppo si allontana rapidamente da lei, lasciandola in mia compagnia.
Insieme, iniziamo a ragionare: siamo un po’ stanche, abbiamo perso il gruppo… tu, Elena non stai neppure molto bene… Parigi trasuda di libertè, egualitè, fraternitè da tutti i pori... insomma, è destino!
Pertanto ci rechiamo a Notre Dame e alla Saint Chapelle, dove, tra l’altro, Elena ha qualche problema con il metal detector.
Ma io sono un narratore onnisciente: gli altri, al Pompidou, si imbattono nei Surrealisti, in una mostra, apprezzata da tutti, e in un tipo particolare di arte, che consiste nel tagliarsi le vene (si tratta di una raccapricciante performance delle avanguardie contemporanee). La visita termina tardi, la sera, mentre io ed Elena, tornate in albergo, cerchiamo di chiedere informazioni riguardanti il resto del gruppo, non vedendo tornare nessuno.
Purtroppo, l’uomo della reception non parla né l’italiano né l’inglese, e noi non ce la caviamo né col francese né con l’occitanico.
«Espaňol?» chiede allora cortesemente l’omino.
«Si, si!» rispondiamo con entusiasmo, un po’ come Totò e Peppino.
«Nosotros» comincio, priva di incertezze «nosotros estamos buscando… nosotros amigos!»
«Faby, gli hai appena detto che vogliamo essere sue amiche[6]
Combinato l’ennesimo danno della giornata, decidiamo di recarci a Monmarte, il luogo più suggestivo di tutta la città. Musicisti, pittori, artisti, scrittori, perditempo, sguardi ovunque benevoli, angoli intrisi di poesia e viste d’altri tempi ci avvincono a tal punto che ci dimentichiamo delle ore che inesorabilmente passano (mentre tutti in albergo ci attendono preoccupati) ma non scordiamo certamente di dover cenare; così ci avviciniamo alla pittoresca e antica bettola del coniglio bianco, in passato frequentata anche da noti artisti, dove le persone, non si sa perché, si chiudono a chiave, ma, quel che è certo, si mostrano molto disponibili, e rispondono alle nostre domande: nel bizzarro e affascinante locale, che tuttavia offre svariate possibilità, purtroppo non si mangia. Pazienza! Comunque mi sono sentita “molto Baudelaire”!
A Monmartre, il luogo più sognante di tutta Parigi, una bottiglia d’acqua costa quattro euro, figuriamoci la cena!
Malgrado ciò, ci consoliamo contemplando il panorama notturno dal Sacre Coeur (che per fortuna non è “l’università Cattolica del”) prima di renderci conto del nostro ingiustificabile ritardo e rinculare precipitosamente verso Gare de l’Est. Giunte in albergo, ci imbattiamo casualmente in Cristina Casero, che pretende una “spiega” su quanto accaduto nel pomeriggio e nella serata.
«Le notti parigine sono folli…»



QUARTO GIORNO: 27 APRILE
Durante la mattina del quarto giorno inizio a chiedermi come Sara riesca sempre a farsi servire due croissant, mentre io posso gustarne uno solo. Poco importa, penso, intascando una baghette, poiché la parola d’ordine per tutti, da questo momento in poi, è risparmiare, in seguito alle vertiginose spese dei primi giorni. Così Barbara riesce a procurarsi un casco di banane che costano un euro l’una, e, a distribuzione avvenuta, possiamo incamminarci verso la prima meta della giornata: il museo di arte contemporanea, dove non soltanto possiamo ammirare le opere di artisti come Modigliani e Branuer, ma anche farci fotografare tra i tentacoli di un ragno gigante, guardare un video–art interpretato da un travestito, e, in particolare, immergere i nostri amorosi sensi, e le nostre menti nella candida “stanza per meditare”, dove tutto è bianco, silenzio, ultrasuoni, irrealtà. Una vera esperienza.
Poco prima di lasciare il museo, inoltre, Gira-La-Moda è come folgorata da un pensiero: «devo andare a cogitare» dice, incalzata dall’ansia, dirigendosi a passi rapidi verso il bagno. «Ho cogitato!» esclama poi, sollevata, all’uscita dello stesso gabinetto. Tutti ci guardiamo meravigliati riflettendo su questa espressione di conio “florianesco”.
Per completare il programma pomeridiano dovremmo visitare un altro museo, ma, giunti davanti all’ingresso, lo troviamo chiuso, e neppure Zanchetti riesce a farsene una ragione.
Il pomeriggio è dunque libero, e decidiamo di dedicarlo allo shopping. «Ora che siamo a Parigi» medito «possiamo finalmente vedere i celebri grandi magazzini Harrods!» In realtà Harrods è a Londra, e io non saprei dove andare se Gira-La-Moda, che tra l’altro sta per maritarsi, non mi guidasse freneticamente in una corsa vorticosa attraverso gli champ Elysee, La Fayette, Walt Disney e l’arco di trionfo.
«Forza ragazze: questo non è il passo delle bersagliere!» incita Federica, la vera mattatrice della maratona, soverchiata da un pensiero dominante: Fuscion.
Si tratta di un negozio di cioccolatini, dolci e dolcetti, dove l’amica di Gira-La-Moda vorrebbe accamparsi, mentre io ed Elena cerchiamo di trarre giovamento dalla situazione, scroccando, al banco della degustazione, delle caramelle, che si rivelano decisamente sgradevoli e soprattutto piccanti! Ah, questi francesi!
Ma non possiamo lamentarci, c’è di peggio: Sara viene infatti resa un bersaglio vivente dai piccioni di tutta Parigi, che non esitano a colpirla ripetutamente.
Al ritorno nel famigerato hotel Est, nell’arco di tempo compreso tra il tardo pomeriggio, la sera, la notte e il mattino del giorno dopo, alcuni accadimenti sconcertano la nostra esistenza, in particolare la mia e quella delle mie compagne di stanza, Daphne ed Elena.
Non appena varcata la soglia del bagno, infatti, ci rendiamo conto di aver subito un infido affronto dall’infame compagna di stanza, che, per lavarsi, ha consumato tutti i nostri asciugamani. Fortunatamente, come un deus ex machina, Angelica ci dona la sua scorta di salviette, e, almeno per stasera, la doccia è salva.
Durante la notte, poi, folli e insani pensieri turbano le nostre menti; le parole e i comportamenti più bizzarri prendono pieno possesso dei nostri cuori, dando vita a una sorta di teatro dell’assurdo nostrano: Elena parla nel sonno, come colta da misticismo, alterando a piacimento la voce, e implorando in toscano di non mandarla su Quark; io, nel pieno della mia lucidità, continuo a ripetere che la biblioteca di storia dell’arte è “castrante”; Daphne, infine, è sonnambula, e alle quattro del mattino apre la porta a uno sconosciuto, senza tuttavia ricordarsene il mattino successivo.
Le notti parigine sono deliranti.

QUINTO GIORNO: 28 APRILE
Il giallo dello sconosciuto che bussa alle quattro viene risolto durante il mattino seguente dalla sottoscritta, che rinviene un bigliettino della compagna di stanza Ilaria: era lei, elementare Watson!
«La ragazza ha passato tutta la notte fuori, con quelle depravate delle sue amiche, e ora dorme beatamente nella stanza accanto» intuisco, prima di partire insieme al resto della truppa alla volta del museo Rodin.
L’artista gode di ampi consensi tra di noi, e pertanto non possiamo che apprezzare opere come Il pensatore, Il bacio, La porta dell’inferno e Balzac. Ma, soprattutto, vediamo tante mani scolpite dall’autore. Mani, ovunque. Rodin era un vero “maniaco”. Le ore scorrono rapidamente all’interno della sua casa–museo, circondata da uno splendido giardino, così che, in men che non si dica, ci troviamo a dover fare i conti con i programmi alternativi per il pomeriggio.
«Io vorrei vedere la torre Eiffel…» si pronuncia Elena, ma poi è costretta a recarsi al museo di Fontana con quel burlone di Zanchetti.
Il gruppo più numeroso si avvia verso Notre Dame e la Saint Chapelle. Per entrare in quest’ultima, sublime ed eccelsa chiesa, tuttavia, è necessario superare controlli rigorosissimi, tanto che, molti sono ispezionati, perquisiti dalla testa ai piedi, e sono costretti a passare più volte sotto il metal detector, spogliandosi progressivamente, magari anche solo per colpa di una spilla da balia.
Gira-La-Moda rischia addirittura di essere arrestata, a causa di un ridicolo coltellino, adatto, forse, soltanto a limarsi le unghie.
Quando, in seguito a questa serie interminabile di ispezioni, possiamo mettere piede nel cortile della meravigliosa Saint Chapelle, non posso fare a meno che estrarre il mio inseparabile coltello (che gli agenti non sono riusciti a identificare), voltarmi e farmi beffe di tutti i francesi, sotto gli occhi sconcertati della Casero. «Rimettilo a posto!!»
La maestra Cristina, oltre a dichiararsi appassionata di nudo maschile dalle 6.00 del mattino alle 6.00 del giorno successivo, inventa un gioco per allietare il tempo dell’attesa, in fila per il biglietto: fingiamo di essere una gaia famigliola, e chissà che in questo modo non si riesca a ottenere qualche sconto sull’ingresso…
Così se Eraldo è il pater familias, e Cristina è la mamma, io e Fabio non possiamo che essere i figlioli, gli angioletti del focolare.
«Fabio, il primo figlio, è arrivato per caso…» spiega mamma Cristina, fiera della sua prole nuova di zecca.
«Invece con me avete riflettuto!» intervengo.
«E guarda un po’ che risultati!» replica lei…
Ormai siamo giunti, in seguito a un’estenuante fila, presso la Saint Chapelle, realizzata alla fine del Duecento per ospitare le reliquie di Luigi IX. Il luogo ci disarma totalmente, tanto che non è possibile trattenere un «oooooh!» di meraviglia nel passaggio dalla cappella inferiore a quella superiore, vera espressione del gotico supremo e del pezzo d’infinito che c’è in ognuno di noi, anche in Gira-La-Moda, ancora un po’ accigliata per la questione del coltello.
A malincuore abbandoniamo l’angolo più sublime di tutta Parigi per raggiungerne uno che non è certo da meno: la cattedrale di Notre Dame, dove tuttavia mi dimentico di “fare il gobbo”, anche perché, nel bel mezzo della Messa, non ne vale proprio la pena.
Tra un rosone e l’altro, un tour nelle metropolitane parigine (che ormai conosciamo meglio di S. Ambrogio e Cadorna messe insieme) e qualche sorprendente taglio di Fontana, il tempo s’invola, e il sole cede il passo alla sera.
Per quanto riguarda quest’ultima notte parigina, è doveroso porre l’accento su alcuni avvenimenti che rendono la nostra permanenza (ormai volta al crepuscolo, ahimè!) più lieta: innanzitutto, in seguito a una frenetica quanto vana quest, una caccia al Mac Donald in tutta Parigi (durata praticamente una settimana) ci rendiamo conto che il locale che cerchiamo è proprio sotto casa, dalle parti dell’albergo. Succede solo lì!
Quindi, la nostra cara compagna Ilaria decide di cambiare stanza, e trasferirsi dalle sue amiche: ci chiediamo soltanto perché non l’abbia fatto prima!
Infine, in seguito all’economica cena da Mac Donald, decidiamo di recarci tutti insieme a Monmartre, dove Daphne rivela le sue abilità canore, mentre il pianista del locale in cui ci fermiamo non soddisfa neppure una delle nostre richieste musicali, negandoci anche Le vie en rose: insomma, un vero cafone.
Al ritorno in taxi, da veri parigini, segue una notte di preparativi: tra chiacchiere, saluti, bagagli da preparare, cartoline da scrivere e docce con tanto d’asciugamano, non ci accorgiamo neppure di essere ancora in piedi alle tre e mezza, del resto come ogni sera della nostra permanenza.
«Andiamo a letto, fra tre ore dobbiamo alzarci…»
La notti parigine sono brevi.

SESTO GIORNO: 29 APRILE
Ancora assonnati, organizziamo il nostro mattino di percorsi alternativi: ognuno visita ciò che preferisce… chi il centro di Parigi, chi la casa di Moureau, chi torna al famigerato Fuscion…
«Io vorrei vedere la torre Eiffel» propone Elena per la trentanovesima volta.
«Roba da casalinghe annoiate…» pensa Daphne, e infatti vi si reca senza indugio.
Un corposo gruppo, intanto, conclude il tour dei musei con la visita alla casa di Moureau, dove Sara si lascia andare completamente, profanando la solennità del luogo… in particolare delle toilette.
Al ritorno in metropolitana, come se non bastasse, un ragazzo bresciano, detto Sylvester per via della notevole somiglianza con l’interprete di “Rocky”, “Rambo” e “Bubi”, si blocca tra le porte del metrò, trappola insidiosa per almeno quindici minuti di agonia. Povero Stallone!
Le nostre strade si ricongiungono al Louvre, dove ci ritroviamo tutti, in perfetto orario in seguito alle raccomandazioni e alle minacce di Cristina Casero, che naturalmente si presenta con mezzora di ritardo.
Poco importa: nell’attesa cerco di scattare qualche fotografia con l’elitaria macchina di Elena, che tuttavia non funziona se non in mano a persone di nobile schiatta; pertanto i risultati sono penosi.
Giunti finalmente all’interno del celebre museo, lottiamo come gladiatori contro gli eserciti di turisti giapponesi, e, tra una gomitata e un calcio negli stinchi, giungiamo alla sezione dedicata all’Ottocento, in cui la prof. Cristina ci erudisce con la sua ultima “spiega”.
Al Louvre ci riempiamo gli occhi d’immenso: oltre ai paesaggisti romantici, incontriamo i pittori italiani del Trecento, Quattrocento e Cinquecento, con Giotto, Cimabue, e, ovviamente, Leonard de Vinces!
Dunque i francesi non si accontentano di rubare i mondiali, gli europei e parte integrante del patrimonio artistico italiano, ma addirittura deturpano i nomi dei nostri pittori, cercando di accaparrarsene i natali.
Il momento più inquietante della visita, tuttavia, ha avuto luogo quando un quadro del ributtante Cosmè Tura, in cui speravo proprio di non dovermi imbattere, si è materializzato di fronte a noi, suscitando il mio sdegno irritato. Cosmè, perché?
Le sorprese sembrano essere ormai volte al termine, quando, nella sezione dedicata all’arte greca, avviene la vera “carrambata” del giorno: tra una Venere di Milo e una Nike di Samotracia, direttamente dall’Argentina, Flavia de Palma[7], è qui!! (e tornerà a casa con il nostro stesso treno!).
A proposito di ritorno, è ormai giunta l’ora di lasciare il Louvre e i suoi innumerevoli capolavori, non prima di aver espresso un messaggio minatorio: ridateci la Gioconda!
Così, giunti in albergo a recuperare i bagagli, ci rendiamo conto, combattuti tra un’improvvisa malinconia e gli sbadigli dovuti alle notti insonni, che tutto ormai sta volgendo alla fine, anche perché siamo costretti a dividerci dal gruppo pullman, in partenza, disturbato soltanto da qualche punkabbestia franco–bresciano.
Il nostro treno parte invece più tardi, alle 22.00, in una stazione vicina al Parco dei Principi, lo stadio del Paris Saint German. Durante il tragitto per raggiungerla abbiamo l’impressione di aver dimenticato qualcosa. Ma cosa?
«Forse lo spazzolino? No, l’ho messo via…»
«Ecco” esclamo rassicurata «ho dimenticato di mandare una cartolina…»
No, c’è qualcosa di più…
«La Lavi»
«La lavi?»
«La Lavy!!»
«La Lavinia! Abbiamo perso la Lavinia, fermatevi tutti!»
Tempestivamente Cristina Casero cerca di mettersi in contatto con la latitante, che, al cellulare, dichiara di trovarsi ancora al Louvre, soverchiata dall’avvenenza di chissà quale opera; in compenso promette di prendere il treno, poi sbaglia stazione, e chi s’è visto s’è visto: la nostra cuccetta è vacante di un posto, quello di Lavinia, appunto, rimasta a Parigi (e visse felice e contenta).
La notte è fredda e ghiacciata, e, nel nostro vagone letto il riscaldamento è rotto; pertanto si preannunciano ore di patimenti, anche perché il cuccettaio (o cucciolo) non vuole proprio interessarsi alla nostra tremante situazione.
Cerco allora di rompere il ghiaccio citando il Purgatorio di Dante, ispirata dal notturno paesaggio che scorre dal finestrino e dalla luna piena che siamo costrette a guardare, poiché anche le tapparelle sono rotte! Eppure, appena attacco con la Divina Commedia, tutti si addormentano.
Altro che Purgatorio! Questo è il girone del conte Ugolino, e non sono sufficienti i vestiti, i giubbotti e le coperte impregnate di acari a preservarci da malesseri e reumatismi.
D’altronde, è quasi l’alba ormai, e non resta che attendere, con queste benedette campagne “alla Friedrich[8]” che seguitano inesorabilmente a passarci davanti, magari pensando a quanto questa notte, ultima notte, sia differente e unica rispetto a quelle parigine: brave, folli, deliranti, brevi.

SETTIMO GIORNO: EPILOGO
E al mattino è veramente finita: siamo in Italia, in Lombardia, a Milano, in stazione Centrale, già dilaniati dalla nostalgia.
Tutto ci appare più piccolo e angusto, a partire dalla stazione e dalla metropolitana. E poi, vuoi mettere Brera con Monmarte… S. Ambrogio con la Saint Chapelle… la Cattolica con la Sorbona?
Insomma, non ci restano che i saluti, coronamento di questa breve parentesi d’oltralpe, e tanti sguardi stanchi, allegri, che si scrutano attorno non privi di qualche perplessità: se Parigi val bene una Messa, Milano neanche quella?

[1] L’agenzia viaggi dell’Università Cattolica
[2] Zanchetti, professore di storia dell’arte contemporanea nell’anno accademico 2001-2002
[3] Celestina Milani, docente di Filologia Micenea, Linguistica Romanza e Glottologia. Luciano Caramel, titolare della cattedra di storia dell’arte contemporanea
[4] Au lait?
[5] Allusione a un episodio della Gerusalemme Liberata
[6] La frase corretta sarebbe stata: «nosotros estamos buscando nuestros amigos»
[7] La nostra Flavia, compagna di corso incontrata casualmente a Parigi
[8] Caspar David Friedrich (1774-1840), pittore

COPENAGHEN 2005

Sulle tracce della Sirenetta e dei romantici dipinti di Købke, in una terra animata da favole e… fantasmi!

VICHINGHI E DINTORNI

2 GIUGNO: YOU ARE WELCOME
E’ una verità universalmente riconosciuta che tutti i reduci delle nostre avventure in “trasferta” del periodo universitario sentano, di tanto in tanto, il bisogno di rimettersi in cammino insieme al gruppo “storico” per provare nuovamente l’ebbrezza e quel liberatorio senso di disorientamento («Ele, la cartina!») che solo queste gite possono suscitare. Semplifico il concetto, senza ricorrere a metafore ulissiache: il viaggio must go on, deve continuare. Anche da dottoresse, o dottoresse magistrali, se si preferisce, «o disoccupate» aggiunge Elena stropicciandosi gli occhi ancora assonnati, alle quattro del mattino presso l’aeroporto di Linate.
Che importa, infatti, se solo lei, insieme a una Fabiana (qui la mia entrata in scena: doverosa l’ovazione) di viennese e romana memoria,[1] partiranno alla volta di Copenaghen, dal momento che gli altri inseparabili compagni sono alle prese con esami, tesi o altri impegni? Saranno all’altezza dei precedenti vagabondaggi, e, malgrado sia trascorso molto tempo dall’ultima volta (le fotografie praghesi sono ormai ingiallite), non cesseranno di alimentare guai, equivoci e grasse risate negli autoctoni come nella migliore delle tradizioni.
E così il nostro viaggio ti attraverserà, patria di Amleto e delle squisite waffel, luogo che ha dato i natali a Tomasson[2] e a Kierkegaard[3]. A proposito di quest’ultimo, avrei desiderato rendergli omaggio recandomi presso il celebre cimitero “Assistant Kierkegaard”, dove è sepolto insieme ad altri illustri personaggi danesi, ma non c’è nulla da fare: la mia proposta non trova credito presso Elena, la quale, già sull’aereo diretto a Copenaghen, si mostra reticente, così come a Parigi mi aveva negato il pellegrinaggio baudelairiano e a Praga quello kafkiano… il sommo filosofo precursore dell’Esistenzialismo dovrà mettersi in coda con gli altri!
Suvvia, le discordanze sul programma sono presto dimenticate al nostro arrivo nella capitale nordica, grazie alla festosa accoglienza dei danesi.
«You are welcomed[4]» è il grido di battaglia che risuona ovunque mettiamo piede, incoronato da sorrisi cortesi e mani che ci riempiono di depliant. Siamo le benvenute dappertutto: all’aeroporto e all’ufficio informazioni, nei bar e nei locali. In albergo poi non ne parliamo. La nostra accomodation si trova proprio nel cuore del quartiere a luci rosse, e non dista molto da Rathus Platzen. Il tour di Copenaghen comincia proprio da lì!
Ancora provate dalla levataccia, deliriamo, esclamando baldanzose qualcosa come «ah, ah! Abbiamo fatto bene a venire qui: senti che bel fresco, e quale piacevole venticello si sta levando? Chissà a Milano, poverini, come crepano dal caldo!». E intanto conveniamo anche sul fatto di indossare maglione e giacca a vento, perché, non si sa mai…
In men che non si dica visitiamo la piazza, con tanto di municipio, palazzi in stile neo-gotico, fontana delle Vergini (tradizione presa a prestito dall’Università Cattolica?) e in men che non si dica l’innocua pioggerella diviene un’acquazzone, la brezza leggiadra cede il passo a un vento che mugghia impetuoso direttamente dal Polo Nord, e il fresco tanto agognato ci congela dalla testa ai piedi, costringendoci a vagare raminghe alla ricerca di una cioccolata calda.
«You are welcomed!»
D’altronde, il clima danese è estremamente variabile, come testimonia una delle costruzioni più interessanti della piazza, il campanile con l’orologio: ogni volta che il sole fa capolino a Copenaghen, il monumento viene animato dall’apparizione di una statua che riproduce una ragazza in bicicletta, sostituita da un’altra fanciulla in pietra, con tanto di ombrello, quando piove e incombono nubi minacciose. Le due figure si avvicendano sul campanile, ma noi per il momento vediamo soltanto la seconda.
Sprezzanti del freddo scandinavo, ecco che ci avviamo verso la via principale, lo strøget, non senza esserci prima soffermate sul monumento dedicato ad Hans Christian Andersen.
La passeggiata è gradevole malgrado le intemperie, ed è arricchita dalla visita alla chiesa del S. Spirito e alla Royal Copenaghen, dove Elena non solo si lascia andare allo shopping sfrenato, ma bisticcia con la commessa del negozio, insinuando dubbi sull’autenticità delle preziose statuine in ceramica.
La piazza dei Frati Grigi è un locus amoenus da non perdere; invece il museo dedicato a Torvalsen, scultore neoclassico, ci delude non poco. Quando mettiamo piede fuori, notiamo che la situazione meteorologica non è affatto migliorata, e la pioggia seguita a imperversare, inducendoci a rinunciare ad alcune delle mete previste: niente Sirenetta per oggi, e pertanto ripieghiamo sulla vasta, accogliente, post-moderna biblioteca dell’università, dove i ragazzi socializzano, si divertono come matti, passano le giornate in compagnia, e, se avanza tempo, studiano per gli esami: forse un Erasmus nei dintorni ci avrebbe giovato!
Per la cena scegliamo un movimentato pub sullo strøget, dove si canta, si balla e si mangia discretamente: ci avventiamo sulla bistecca infreddolite e affamate; tuttavia Elena non può godersi il meritato pasto, interrotto dalla simpatica e chiassosa invadenza di una signora seduta vicino a noi.
«Siete italiane anche voi? Io sono qui per la prima volta, sono di Napoli, se potete consigliarmi qualche itinerario… bla, bla, bla…»
Come da copione, la contessa si lascia andare al piacevole conversare, dimentica orologio e cena mentre Antonella, questo il nome della donna, coglie l’occasione per farsi organizzare il suo tour danese, con tanto di consigli sui musei da vedere e sui ristoranti in cui pranzare. Quando la signora si ritiene soddisfatta, la bistecca è ormai fredda, le patatine immangiabili e io sto già pagando il conto… ma come andarsene senza prima aver ascoltato il complesso rock che suona dal vivo, suscitando la simpatia di alcuni burloni scandinavi, che vogliono a tutti i costi comparire nelle nostre fotografie?
A notte fonda, con una giornata così intensa alle spalle, le nostre condizioni sono davvero pietose. Esauste, bagnate e tremanti per il freddo, siamo incapaci di rammentare la via per raggiungere l’albergo. Vaghiamo per un po’ chiedendo informazioni a destra e manca, ma invano: altro che Viandante del ritorno[5], qui rischiamo di non tornare più!
E poi, improvvisamente, balugina dinanzi a noi la facciata dell’hotel, senza che si possa comprendere come vi siamo giunte…
«You are welcomed…»
Giunte in camera, passiamo sotto il phon i vestiti inzuppati e strizziamo le scarpe. Mentre Elena si scongela sotto la doccia bollente (arduo regolarla), io scopro di avere una brutta congestione nasale, come si evince dal colore rosso acceso dell’unica parte del mio corpo rimasta scoperta durante questo primo giorno danese. Siamo davvero le benvenute?

3 GIUGNO: VAFFELBAGEREN!
Incredule e meravigliate alla vista di un timido, sbiadito, anemico sole dalla finestra della stanza, ci precipitiamo in sala colazione, dove conosciamo un numero spropositato di persone, come un’anziana signora belga, simpatica giramondo, profonda conoscitrice di molte culture, che si è avventurata da sola in svariati paesi europei, tuttavia incapace di aprirsi la porzione di marmellata. Così l’aiutiamo e lei ci racconta entusiasta della sua nazione ma anche dei numerosi viaggi compiuti. E poi… come non menzionare il gruppo dei siciliani? Lidia, il suo silenzioso fratello, Valentina e Valeria ci suggeriscono qualche tappa irrinunciabile, e noi ricambiamo volentieri.
Ma, il naso? Altro che romanzi di Gogol[6], il problema sembra più serio del previsto: non solo è dolente e congestionato, ma attira l’attenzione di tutti divenendo oggetto di scherno da parte di alcuni turisti tedeschi incontrati in ascensore per via del colore rosso fuoco: «Italia… vino buono!»
Così ci mettiamo in cammino. Ancora una volta in giro, ancora una volta per le vie di una bellissima città, ancora una volta senza un euro, o quasi, perché la vita a Copenaghen è carissima, ma almeno stavolta il tesserino di lettere (ebbene si, l’abbiamo conservato!) ci permette di sfondare come un ariete le porte di tutti i musei, a partire dalla Glyptotek, dove entriamo gratis senza alcun problema. La sorprendente struttura ospita una serra floreale e numerose opere di valore come Il bacio di Rodin e i paesaggi di Købke, uno dei maggiori interpreti del Romanticismo danese: è amore a prima vista! Davanti ai suoi quadri comincio a schiamazzare e a recitare alcuni versi che mi sovvengono; Elena, indignata, attacca bottone con la guardia per scoprire come raggiungere le sale nelle quali è possibile ammirare le opere degli Impressionisti, dato che la Glyptotek è strutturata in modo labirintico e tortuoso. Nonostante le sue indicazioni, infatti, ci ritroviamo nella sezione dedicata all’arte egizia, per poi imbatterci finalmente in Degas e colleghi.
Gli altri due musei della mattinata sono immersi in un parco con tanto di laghetto e gazze ladre che animano il nostro picnic: il primo ha un nome impossibile da pronunciare, qualcosa come Den Hirschsprungske Samling. Si tratta di una meta poco nota ai turisti, e difatti siamo le uniche visitatrici della giornata. In compenso veniamo accolte festosamente dal personale annoiato, non paghiamo nulla, e percorriamo in tutta tranquillità le modeste stanzette dove apprezziamo Købke e in generale la pittura danese.
Nei dintorni sorge la struttura del Statens Museum for Kunst. Stavolta si tratta di un grande museo, di fama internazionale; eppure anche qui riusciamo a farla franca esibendo i famigerati tesserini: ci sentiamo molto free oltre che welcomed!
Durante la visita non siamo colpite tanto dalla presenza di opere insigni come quelle di Picasso, degli Espressionisti, dei Surrealisti (senza dimenticare la pittura fiamminga), ma, piuttosto, a turbarci non poco è la straniante scritta che leggiamo su una porta: “hospital”.
Siamo proprio curiose di sapere che cosa si celi all’interno della sinistra entrata, come possa un ospedale essere ubicato in un museo… esitanti, ci decidiamo a entrare nella stanza dove è stata allestita un’opera d’arte contemporanea di gusto discutibile e di certo un tantino inquietante: la perfetta riproduzione di una stanza d’ospedale, con tanto di malati gravi (in cera), flebo e molti altri particolari. Raggelante. Elena se ne va deprecando l’arte contemporanea mentre io mi allontano sconcertata e anche un po’ delusa: se almeno l’opera d’arte avesse incluso un medico reale, infatti, gli avrei chiesto una consulenza per il naso, dolente e paonazzo, che non mostra segni di miglioramento.
Il freddo certamente non giova, tuttavia non ci impedisce di recarci al Rosemborg Slot, e dunque di varcare le soglie del celebre castello di Copenaghen, dove ci attendono alcune sorprese: oltre a pagare il biglietto e a essere più volte rimbrottate dagli inservienti per insulsi motivi, ci imbattiamo nelle guardie reali danesi, le quali impugnano armi da fuoco e ci guardano in cagnesco perché l’orario di chiusura è vicino, e noi dobbiamo ancora visitare le stanze nonché il tesoro. Non ci perdiamo d’animo e cominciamo a guardarci intorno, sebbene i danesi seguitino a terrorizzarci minacciando di chiudere da un momento all’altro.
«Dicono sempre così per mettere fretta alla gente, ma poi figuriamoci se non controllano che tutti siano usciti prima di chiudere…»
Quando ultimiamo la visita alla stanza del tesoro e torniamo nel giardino, siamo piuttosto sorprese nel constatare che siamo rimaste praticamente sole, fatta eccezione per le terribili guardie armate fino ai denti. Effettivamente abbiamo sforato di un quarto d’ora rispetto all’orario di chiusura. Tutte le porte intorno al grande parco sono, inspiegabilmente, chiuse. Dubbiose sul da farsi erriamo per un po’ intorno alla fortezza, confortate soltanto dalla bellezza del giardino, tanto che vagheggiamo l’idea di accamparci lì per la notte. Poi Elena scorge una locanda ancora aperta all’interno del complesso; quale migliore occasione, pensiamo, per gustare il famoso pane col burro (per loro è addirittura un piatto tipico nazionale)? Ma veniamo accolte in malo modo dall’ostessa (e questo è solo un antipasto di quanto sarebbe accaduto la sera a cena), la quale ci nega anche il più misero spuntino e addirittura ci sbatte fuori dalla porta della servitù non appena comprende che siamo turiste… fuori orario!
In qualche modo, siamo fuori. Destinazione Nyhavn, il quartiere più frequentato dai giovani. Ma quando cerchiamo di prendere la metropolitana, una signora giapponese vuole impedircelo a tutti i costi, vaticinando pericoli e disgrazie per le fanciulle che da sole si arrischiano in metrò! Per nulla intimorite, la scansiamo almeno tre o quattro volte, anche con la violenza, e riusciamo ad accedere ai mezzi sotterranei, che ci permettono di giungere a Nyhavn, la zona più caratteristica della città, solcata da uno splendido canale e costeggiata da numerosi locali.
Nella via, affacciata sul corso d’acqua, è usanza dei giovani perditempo danesi bighellonare allegramente, in compagnia degli amici e di un boccale di birra, rivolgendo epiteti, battute di ogni tipo (veri e propri cori da stadio) ai turisti (e in particolare alle turiste) intenti a compiere il giro panoramico in battello, come del resto anche noi: si salpa!
Il battello ci porta lontano, oltre le vivaci strade di Nyhavn, fino a raggiungere la celebre statua della Sirenetta, posta proprio in prossimità degli scogli, sulla riva dell’oceano.
«Finalmente vediamo questa benedetta Sirenetta» pensiamo raggianti «così almeno ci leviamo l’incombenza e non dobbiamo ripetere a piedi questo lungo tragitto!»
E invece l’imbarcazione non può avvicinarsi più di tanto al monumento, perciò lo scorgiamo soltanto di spalle, da lontano… neppure oggi possiamo dire di essere riuscite a vedere l’emblema di Copenaghen! A ogni modo il tour ci ha soddisfatto mettendoci anche un po’ d’appetito: non sarà arduo trovare un ristorante nel quartiere di Nyhavn.
Entriamo in un locale, anche perché sta ricominciando a piovere, e lì, mi rincresce menzionare il fatto, siamo vittime di un vergognoso episodio di insolenza e maleducazione nei confronti dei turisti (italiani), che non fa certo onore all’ospitalità danese!
Mentre Elena si reca ai servizi dopo aver ordinato, infatti, viene mormorata qualche parola poco carina («ma che c…zo» per la precisione) nei confronti delle uniche italiane sedute ai tavoli, grazie alla complicità della “poliglotta” cameriera, profonda conoscitrice dell’italica favella, la quale impartisce ai suoi colleghi lezioni su come trattare i clienti del Bel Paese che capitano disgraziatamente nel loro ristorante.
Il motivo di tanta ostilità? Una richiesta di chiarimenti riguardo alcune voci dell’incomprensibile menu. Ma come si può negare una risposta alla contessa, che non conosce la traduzione di “ravarbaro” e timidamente si rivolge al personale ozioso?
Eppure gli improperi risuonano nel locale, e ovviamente sono rivolti a noi, che però non siamo sorde e meditiamo vendetta… tremenda vendetta.
Poco dopo la nefandissima cameriera, la quale ha capito che abbiamo capito dai nostri sguardi stizziti, ci serve con aria vergognosa ed esitante il salmone affumicato.
«Thank you» dice Elena, che è una nobildonna.
«A sorate!» esclamo invece io, stando attenta a scandire bene le parole, e il commiato finale non è certo da meno, in un locale dove i clienti non sono welcomed, e dove ci siamo prese la soddisfazione di ordinare soltanto un antipasto, trattandosi di un posto inadeguato. Piatti chiari amicizia brevissima.
Fuori imperversano pioggia e vento, tuttavia eludiamo lo sconforto e camminiamo per un po’, fino a quando non prorompiamo in un grido liberatorio: Vaffelbageren! Siamo capitate infatti davanti alla più famosa gelateria di Copenaghen, dove vengono servite le waffel (o gauffre), squisiti dolci diffusi nel Nord dell’Europa. Vaffelbageren. Il nome suona eroico. E così la serata si conclude con le deliziose cialde che addolciscono i nostri pensieri… e non ci resta che pregustare la gita ai castelli prevista per il giorno seguente…

4 GIUGNO: DINANZI A NOI, L’OCEANO
L’alba che precede la gita ai castelli tanto vagheggiata sembra suggerirci che sarà certamente una giornata impetuosa: ecco perché sveglio Elena un’ora prima del previsto, ansiosa di immergermi nel cuore della Danimarca, verso il selvaggio Nord! Ecco perché mi avvio gagliarda alla colazione mentre Elena arranca rovinosamente verso il bagno. Ecco perché, superato il trauma del risveglio, anche la contessa, una volta giunta nella sala destinata al breakfast, si cimenta insieme a me e agli altri italiani nella lotta quotidiana contro i camerieri che si avvicinano con fare bellicoso ogni volta che un giovane turista cerca di preparare un dignitoso panino con le nefandezze del buffet.
Mentre siamo intente a empire le bramose canne, i soliti siciliani non mancano di passare a salutarci, anche per comunicarci una loro “scoperta”: esiste infatti un metodo infallibile per sbarazzarsi dei camerieri molesti e occuparsi dei panini in santa pace; occorre solamente pronunciare due magiche paroline quando gli screanzati si appropinquano… “hot milk”!
Io ed Elena siamo incredule, e così i nostri connazionali ci spiegano che in Danimarca, o se non altro nel nostro hotel, il latte costituisce una vera rarità. Per questo motivo ai camerieri è stato intimato di non sprecarlo, di servirlo il meno possibile, insomma di risparmiare sul latte e possibilmente ignorare “distrattamente” le richieste degli ospiti.
Carpe diem! Con naturalezza ci impossessiamo di pane e affettati per il pranzo senza lasciarci intimorire dal severo incedere dei camerieri, perché ogni volta che giungono nei nostri paraggi domandiamo “hot milk”: il terrore, pronunziata la scabrosa richiesta, si dipinge sui loro volti già candidi, e si allontanano senza indugio, lasciando via libera allo scrocco!
Oltre ad arraffare cibarie, Elena ne approfitta anche per discorrere senza fretta con le siciliane: ciarlando e garrendo se ne vanno almeno tre quarti d’ora. Come fermarla? E’ l’orologio del ristorante a porre fine alle ostilità: sono le nove meno dieci!
«Ele, alle nove abbiamo l’appuntamento ai pullman, in Rathus Platzen, per la gita ai castelli: non ce la faremo mai!» sbotto, piuttosto incollerita.
Ma la contessa riesce a sorprendermi persino stavolta: in men che non si dica siamo fuori dall’albergo, e qui inizia la corsa, disperata e affannosa, verso la piazza, che non è poi così vicina. Starle dietro è praticamente impossibile, dunque è tutto nelle sue mani… se riesce a correre fino al luogo dell’appuntamento e a fermare il pullman, allora c’è ancora una speranza di vedere i famigerati castelli. Ecco che allunga il passo, speriamo bene!
«Corri, Elena, corri!» Ormai è avanti, e la sua figura è sempre più piccola. Già presagisco le reazioni dei danesi, seccati per via del ritardo, per giunta da parte di due italiane.
«Corri, Elena, corri!» Supera l’ufficio del turismo, il Rivoli e anche i sexy shop senza esitazione… non la vedo più, ma dovrebbe essere quasi arrivata a Rathus Platzen.
Rathus Platzen… qualche minuto dopo anch’io sono lì, finalmente, e, immediatamente scorgo la fermata dei pullman, dove assisto a una scena indecente e surreale: Elena ha appena fermato il pullman, in procinto di partire (non fanno neppure l’appello questi vichinghi!), suscitando le ire di tutti i passeggeri e dell’autista, ma soprattutto della terribile guida! Quest’uomo di mezza età si dirige minacciosamente verso di lei, rivolgendole insulti a volontà (in danese), borbottando qualcosa ai suoi colleghi, mentre i turisti stranieri la guardano in cagnesco. Salviamo la contessa!
Dopo una breve riflessione intuisco che qui c’è bisogno del mio intervento. Con sangue freddo mi butto in mezzo alla mischia, principiando a parlare in inglese con chiunque mi capiti a tiro. Dobbiamo far valere i nostri diritti, e partire per i castelli, costi quel che costi. Lancio un’occhiataccia prima alla guida, intenta a deriderci, e poi agli altri, attorno a noi: cerco conforto, e trovo… Antonella, la signora della prima sera! La partenopea purtroppo non è di grande aiuto, anzi, forse ha maggiori difficoltà rispetto a noi, dato che non trova il suo pullman (destinazione: il tour della Danimarca del Nord) e per di più attacca bottone.
In questa situazione di generale smarrimento, tra i vari schiamazzi e le ingiurie della guida per via del leggero ritardo, riusciamo comunque nel nostro intento e veniamo accettate sul pullman. Il viaggio è piacevole ma non troppo, perché l’omino che dovrebbe parlarci delle bellezze della Danimarca, coglie l’occasione, di tanto in tanto, tra una spiegazione e l’altra, per sottolineare cose poco simpatiche sugli italiani e sulla pizza. Inoltre è visibilmente isterico e mostra chiari segni di instabilità emotiva: siamo finite nelle mani di un pazzo! Eppure il paesaggio, là fuori, è incantevole. Chi l’avrebbe detto che un giorno ci saremmo trovate a tu per tu con queste foreste nordiche, che evocano arcani misteri e hanno ispirato le favole di Andersen? Le casette, candide e suggestive, sembrano proprio quelle di Biancaneve e i sette nani, tuttavia non ci è consentito di fotografarle, perché la guida ce lo impedisce, non c’è tempo, bisogna rispettare la tabella di marcia, e così ci consoliamo con il ricordo…
Il primo castello è il celebre Frederiksborg Slot. Immenso, fiabesco, regale. Meritano anche le stanze, che presentano i tratti tipici del Rinascimento Olandese. Peccato solo che la guida ci conceda poco tempo per ammirarne gli interni, perché la tabella di marcia è pur sempre la tabella di marcia, e dunque diventa difficile persino andare alla toilette, con quest’ansia addosso. Quel che è peggio è il suo tono sarcastico e dissacrante nei confronti dell’Italia e degli italiani (cioè noi), accompagnato da una scarsa dimestichezza col latino (lo correggiamo più volte), ma passi pure; però non ci vedo più quando insinua una battuta sulla mia bassa statura, e pertanto decido di punirlo. Alla sua prima imprecisione, infatti, lo correggo pubblicamente, facendolo sfigurare e privandolo di credibilità davanti a tutti. La vendetta prosegue, implacabile: «nooo! It isn’t Barocco: It is Rococò!!» E se l’abietto cerca dapprima di salvare la faccia con qualche timido «but It is not important», poi è costretto alla resa, e cambia completamente atteggiamento nei nostri confronti, passando dalle infami invettive a una sdolcinata captatio benevolentiae, e facendo sfoggio anche di qualche parolina in un italiano stentato.
La seconda tappa della giornata prevede la visita alla residenza estiva dei Reali, dove assistiamo al cambio delle guardie danesi, caratterizzate da un passo goffo e inconfondibile; segue il pranzo sull’oceano, che esperienza! Tra le specialità locali il salmone affumicato regna sovrano, e noi non ci smentiamo neppure stavolta, perché ci attardiamo al buffet e al pullman aspettano soltanto noi per riprendere il tour. Siamo sempre le ultime! Questo perché ci lasciamo coinvolgere dall’infinita suggestione del posto, sperduto nella natura indomita ai confini con la Svezia, sopra l’oceano che ci suggerisce melodie remote…
«Ma quale musica! Questo è il clacson del pullman, ci stanno chiamando!» Ebbene, dato che il resto della comitiva sta iniziando a odiarci, conviene affrettarsi verso il castello di Helsingør, dove avrebbero avuto luogo le vicende narrate da Shakespeare nell’Amleto. Lì siamo colpite in particolare dai macabri sotterranei, con tanto di pipistrelli, su cui la nostra guida indugia voluttuosamente: niente male, davvero gotico!
La gita, tutto sommato, è stata gradevole, ma la giornata non è ancora volta al termine. E’ la volta del Tivoli, dove passiamo la serata, dopo aver bevuto un’annacquata cioccolata danese ed essere state bidonate dalle siciliane, che non si fanno vive al ludico appuntamento. Il Tivoli, infatti, è un parco giochi di estrema raffinatezza, un vero paradiso per i bimbi, ma anche per gli adulti che hanno voglia di giocare. Come non menzionare il classico giro sulla ruota panoramica? Le attrazioni sono numerose, e, oltre a quelle più tradizionali, non manca la casa di Andersen e altre giostre tipicamente danesi. Che dire, per esempio, del tunnel degli orsetti lavatori? Entusiasmante, magico! Esco decisamente soddisfatta dalla giostra insieme ai bambini, sotto gli occhi di una scettica Elena, che purtroppo è rimasta fuori perché ha smarrito il biglietto.
Poi vorrebbe costringermi a mangiare zucchero filato per star male su giostre tutt’altro che raccomandabili, ma non se ne fa niente, e rincasiamo sotto la solita pioggia incessante.

5 GIUGNO: SCRIVO PER ATTRAVERSARMI
Prima di concludere la visita alla capitale danese salutiamo i nostri connazionali a colazione, con la promessa (non mantenuta) di rivederci, magari per apprezzare il mare della Sicilia. Le occasioni per socializzare sono state brevi ma intense, all’interno di un albergo, che, welcomed a parte, ci è sembrato un po’ anonimo.
Eccoci nuovamente sullo Strøget: percorrendo questa strada ormai ben nota giungiamo, in seguito a una lunga passeggiata, ad Amalienborg Slot, un’altra illustre residenza dove assistiamo all’ennesimo cambio della guarda, un po’ deludente a dire il vero, e non siamo le uniche a pensarlo, come dimostrano gli sbadigli degli spettatori accanto a noi. In compenso la piazza è solenne e maestosa, proprio come la chiesa di Marmo, che si trova nei paraggi. Ma ciò che ci colpisce di più, una volta arrivate verso l’oceano, è il fascino di un antico veliero vichingo, in cui ci imbattiamo prima di ammirare… il monumento più celebre di tutta la Scandinavia!
Finalmente! La Sirenetta ci ha atteso per quattro giorni, arroccata sugli scogli, tutt’uno con l’oceano, mentre noi la snobbavamo, forse un po’ fuorviate da souvenir e cartoline che ce la proponevano in tutte le salse, smorzando il desiderio di vederla. Eppure, così piccola, dall’espressione dolce e poetica, la sua bellezza è superiore alle nostre aspettative, e ammettiamo con gioia di averla sottovalutata: peccato solo che venga decapitata di tanto in tanto da bande di teppisti-vichinghi, in una parola criminali.
Durante il pomeriggio scopriamo un locale un po’ nascosto, in una traversa dello Strøget, dove gustiamo i dolci locali, poco prima di trascinarci con riluttanza verso l’aeroporto… ma il ritorno è d’uopo, rimpianti a parte perché Copenaghen è una città davvero interessante, e per di più partiamo con largo anticipo conoscendo il nostro senso dell’orientamento! Niente paura: stavolta non ci perdiamo, e anzi ci troviamo a vagare nell’aeroporto come Tom Hanks[7] per almeno un paio d’ore: dopo aver fatto amicizia con svariati operatori e aver disturbato a volontà le commesse dei negozi (in questo, lo confesso, sono stata egregia), non sappiamo più come far passare il tempo… diveniamo in breve esperte conoscitrici dell’aeroporto di Copenaghen, eppure ci dimentichiamo di svolgere le attività più logiche, come spendere le ultime corone danesi, ma quando rinveniamo dalla nostra sonnolenza è troppo tardi e dobbiamo imbarcarci.
E’ un volo nervoso. Tutti i passeggeri trasudano nervosismo, si lanciano occhiatacce reciproche e per poco non giungono allo scontro fisico, quando, dopo una lunga attesa, la speaker annuncia che, a causa di un errore della compagnia danese si è verificato un overbooking, e pertanto si chiede gentilmente a quattro passeggeri di rinunciare al volo e rimandare all’indomani la partenza: naturalmente, per far fronte allo spiacevole inconveniente, è garantito il pernottamento gratuito in un hotel di lusso nonché una lauta ricompensa in denaro… apriti cielo! Neanche il tempo di pronunciare queste parole, e una ressa di persone si precipita nel luogo indicato, nell’intento di strappare una notte in più al proprio soggiorno danese! Io ed Elena siamo avvilite e disanimate: impossibile pugnare contro questi scrocconi, anche se l’idea ci alletta non poco.
Guardo la folla che s’accalca, mi piacerebbe sapere chi la spunterà; penso a tutto ciò che non è stato possibile vedere in questi giorni e anche al lavoro che mi attende in redazione l’indomani. Vorrà dire che torneremo, la Scandinavia ci aspetterà, con i suoi manieri sinistri che evocano storie di fantasmi, con il suo freddo spietato che non lascia scampo… già me lo suggerisce questo naso rosso come quello di Rudolf, la famosa renna di Babbo Natale (ma ormai è sulla via della guarigione): forse ti attraverseremo ancora, terra delle waffel e dei vaffelbageren, e intanto perlomeno scriviamo per attraversarci, come disse qualcuno di cui non ricordo il nome.






[1] Allusione ai miei ultimi viaggi
[2] Calciatore, per alcune stagioni al Milan
[3] Sören Kierkegaard (1813-1854), filosofo
[4] Letteralmente, «siate le benvenute»; in genere sta per «prego»
[5] Fabiana Sarcuno (2004), Il viandante del ritorno, Acquaviva edizioni
[6] Nicolai Gogol (1809-1852), autore del romanzo Il naso
[7] Il film che lo vede protagonista all’interno di un aeroporto è The Terminal

PRAGA 2003

Chiara: “la mia postura è sbagliata”
Fabiana: “impagliata?”

Fabiana: “Lecco chiama Praga”
Elena: “come, letto chiama Praga?”

Fabiana: “I will be there…”
Elena: “hai ragione, qui manca il bidè!”

Chiara: “ma non avreste bisogno di un otorino?”
Fabiana: “ma quale motorino! I mezzi sono così comodi!”

L’AMORE E’ CECO… (ma noi siamo sorde?)
Dossier di un viaggio a Praga, con la partecipazione di ONE person THREE people

Estate 2003: TESTA O CROCE?
Nel cuore dell’Europa, quell’Europa lì, intrisa di fiabe leggendarie, di castelli inespugnabili e di melodie remote, sorge una splendida città chiamata Praga, attraversata dalle chiare fresche e dolci acque del fiume Moldava.
Il nostro opuscolo, inoltre, sostiene che l’incantevole capitale della Repubblica Ceca sia circondata da sette colli, un po’ come Roma, ma personalmente ritengo che ce ne sia uno per ogni suo abitante!
Gli abitanti di Praga, come riporta ancora il famigerato depliant, sono circa 1.050.000, ma in una settimana non siamo riuscite a conoscerli tutti, accontentandoci di autisti più o meno nervosi, guide turistiche tutt’altro che taciturne, camerieri, falconieri, gelatai, receptionist, artisti di strada, fans e commesse che hanno (troppa) voglia di prendersi gioco di noi.
Detta la “città dell’oro” o la “Vienna dell’est”, è spesso paragonata anche a Parigi, e non solo per il tentativi di riprodurre la torre Eiffel…
La sua rete metropolitana consta di tre linee: la rossa, la gialla e la verde. Tutto ciò suscita in me il ricordo di un’altra città, di cui ora non vi sovviene il nome. Qualcuno, di grazia, può aiutarmi?
“Roma, Vienna, Parigi, addirittura Milano! Ma questa non è una città, è un plagio!!” replicheranno tutti coloro che non vi hanno mai messo piede. E invece non è vero! Praga è una capitale affascinante, dove le meraviglie sono numerose, e l’atmosfera poetica induce chiunque al sogno e allo stupore. A Praga la musica risuona per ogni via, in particolare il jazz e le canzoni italiane dei primi anni Ottanta: ecco perché i Ricchi e Poveri diventano il nostro cavallo di battaglia: Mamma Maria!
La cucina locale offre una vasta gamma di piatti tipici: il gulash, innanzitutto, ma anche la brodaglia a base di verdure, pesce o carne (a proprio piacimento), la celebre birra ceca, e infine il liquore alla prugna, per la gioia di Elena.
Veniamo dunque a noi: dove andiamo in vacanza quest’estate, a Roma o a Praga? Testa o croce?

27 luglio: I HAVE A PRESENT FOR YOU!
Malgrado il rapido criterio di scelta possa far pensare il contrario, partiamo organizzate: Chiara redige un programma dettagliato e degno di encomio, in cui, tuttavia, abbondano le visite ai cimiteri: inoltre, sull’onda delle alluvioni dell’anno precedente, non esitiamo a equipaggiarci di ombrelli, giacche a vento e K way.
Avendo prenotato presso il solito CTS, dobbiamo adattarci ad alcune caratteristiche della tipologia di viaggio scelta: il volo, infatti, prevede uno scalo ad Amsterdam, per cui è necessario cogliere al balzo la coincidenza. Anche altre persone hanno la stessa preoccupazione, come una ragazza che aspetta ansiosamente all’imbarco di Linate.
“dove va?”
“a Glasgow”
“a Lesbo?”
il nostro viaggio nei cieli dell’Europa è orribilmente kafkiano. Poiché voliamo con una compagnia ceca, presumiamo che il pilota non ci veda. Tra vuoti d’aria e ripetuti sballottamenti, infatti, Elena esprime tutta la sua turbolenza “restituendo” il succulento panino che le era stato servito. Fortunatamente riesce a centrare senza problemi l’apposito sacchettino (il mio). Complimenti per la mira!
Mentre Elena consegna il suo “present” all’hostess, scendendo dal primo aereo, Chiara immediatamente trova la via per giungere all’imbarco per Praga, attraverso lo sterminato e post – moderno aeroporto di Amsterdam.
“ma va veramente a Praga?” domandiamo persino quando siamo a bordo, incredule.
In seguito all’atterraggio e al rocambolesco recupero dei bagagli (senza alcun indugio mi infiltro nell’area riservata ai diplomatici), inizia la disperata ricerca dell’autista incaricato di condurci all’albergo. Fra gli innumerevoli cartelli, finalmente ne troviamo uno che sembra fare al caso nostro… “CARACCIOLO ELENA”, scritto a caratteri cubitali, retto da un omino dall’aria piuttosto seccata e indispettita, a causa del ritardo dell’aereo.
Dopo averci insultato in ceco, e gettato i nostri bagagli nello scalcinato pulmino, dall’aspetto pericoloso quanto fatiscente, l’insano cocchiere inizia una corsa sfrenata e incosciente tra le vie della città, che si conclude con il fortunoso arrivo all’hotel Mira, sane e salve per miracolo. Complimenti per la guida!
Giunte nella hall, tempestiamo di domande il biondo della reception, e scopriamo fin dall’inizio che il nostro inglese è molto meglio rispetto a quello dei cechi.
Non vediamo l’ora di mettere piede in camera, per ritemprarci in seguito al lungo e travagliato viaggio, ma, quando lo facciamo, ci attendono alcune sorprese.
Il luogo in questione, infatti, presenta alcune particolarità. Innanzitutto, si tratta della stanza a cui lo scrittore praghese Franz Kafka si ispirò per scrivere “La Metamorfosi”: durante la notte si riempie di scarafaggi (ed altre bestiole).
Per quanto riguarda gli altri tratti salienti della nostra dimora dell’est, non posso tacere sui cosiddetti “doppi servizi”, il bagno - lavabo separato dal bagno – cesso, e sulla cassaforte che canta e si burla di te, mentre inserisci i tuoi oggetti di valore.
La nostra finestra, infine, si affaccia su un bowling di malaffare, in cui vorrei trascorrere tutte le mie nottate praghesi, ma non è il caso.

28 luglio: QUANTE SCALE!
“Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sonni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto[1]”.
Così, anche noi, dopo aver scacciato le bestiole precipitate sui nostri letti, ci ritroviamo, in men che non si dica, nella sala – ristorante, a mangiare bomboloni e a canticchiare le canzoni di Celentano, piuttosto che Cotugno – Modugno, trasmesse durante la colazione.
“Donna felicità/ non ha l’amore/ glielo troveremo noi…” intona Elena, senza curarsi troppo dei suoi vicini: una contessa può questo ed altro!
“non mi sembra il caso di cantare a squarciagola… prepariamo invece i panini per il pranzo” propone saggiamente Chiara; dunque non facciamo complimenti di fronte al celebre prosciutto di Praga e partiamo alla volta del castello: la nostra avventura ceca è appena cominciata!
In verità stentiamo a raggiungere la nostra meta a causa della scarsa dimestichezza con i mezzi pubblici e della necessità di trovare i biglietti, ma più volte il mio inglese si rivela provvidenziale, e, pertanto, arriviamo al castello accompagnate da una timida pioggiorellina e da una temperatura gradevole.
Inizialmente ci soffermiamo sulla gotica e maestosa cattedrale di S. Vito: le sue vetrate furono realizzate da Mucha, di cui Chiara è una fan accanita. Così, mentre quest’ultima vagheggia un Mucha’s day, ci dirigiamo verso la torre della cattedrale.
“ATTENZIONE: 287 GRADINI!” recita minacciosamente il cartello, a lettere cubitali.
“Se lo scrivono anche in italiano… ci sarà un motivo…” indugio “uomo avvisato mezzo salvato!? Lasciate ogne speranza o voi ch’intrate!?”. Insomma, sebbene le mie reticenze siano tutt’altro che infondate, saliamo su, sempre più su, come i tonni risalgono la corrente; disorientate da un angusto vortice che sembra non finire mai, sopraffatte dallo sfinimento, quando, improvvisamente, appare la cima della torre, nel momento in cui non ci credeva più nessuno.
Tuttavia, anf anf, ne valeva la pena: la vista da quassù è meravigliosa, e abbraccia tutta Praga, la città dalle mille sorprese.
“complimenti per il fiato!”
“non mi sembra il caso di vedere altri panorami dopo questo. E tu, Elena, che dici?”
“ci penso”
… dal tetto di Praga alla cripta… il passo è breve. Così completiamo la visita della cattedrale e ci rechiamo al castello, dove non solo conosciamo una simpatica famiglia inglese che stravede per noi, ma simuliamo anche la famosa defenestrazione (che risate quando alle superiori ce l’hanno spiegata i nostri prof. di storia!), riproducendo l’evento che avvenne proprio presso il castello praghese! Indovinate chi è la “defenestrata”?
Ma ben presto cessiamo di indugiare su finestre, problemi storici e carri di letame: il vicolo d’oro ci attende.
Si tratta di una viuzza artistica e suggestiva, che sembra uscita da una favola di fate e di gnomi. A proposito di questi ultimi, noto con soddisfazione che le caratteristiche casette sono talmente basse, che sono l’unica a non dovermi chinare per entrare, a differenza dei turisti cechi o dei tedeschi.
Lasciata alle spalle la celeste casa di Kafka, Elena decide di fare acquisti, ma la contessa dice ai vari commercianti “ci penso” ogni volta che si tratta di acquistare un souvenir, lasciandoli così in preda al dubbio e all’illusione.
All’interno della galleria del castello, poi, ammiriamo alcune opere di Tiziano e numerosi quadri boemi risalenti all’età barocca, battendo i denti per il freddo a causa della potente aria condizionata.
“complimenti per il condizionatore” scrivo prontamente sul guest book, prima di uscire dal raggelante museo – frigorifero per assistere al cambio della guardia.
Dopodiché abbandoniamo il castello e scopriamo il fascino del ponte Carlo al tramonto, dove gli artisti di strada pullulano, dove tutto è magia, incanto e musica; dove, infine, sorgono le statue dei più eminenti personaggi della Città d’Oro (e non solo), tra cui i patroni S. Vito, S. Adalberto e S. Venceslao.
Passeggiando senza fretta, avvinte dalle splendide vedute dal fiume Moldava, sorge anche il desiderio di cenare, e dove farlo, se non presso la Kampa, l’isoletta praghese, che soltanto un anno fa era stata messa in ginocchio dall’alluvione?
Sopra la Kampa la Kapra Kanta, sotto la Kampa la Kapra Krepa… ma questo ha poco a che fare con gli spaghetti ai crauti che mi servono al ristorante Kampa 14.
Li mangio con riluttanza, prima di proseguire il giro verso le viuzze di Malastrana (che in ceco significa “parte piccola”), brulicanti di turisti, e, last but not least, non poteva mancare Piazza Venceslao by night.

29 luglio: CIAK, SI GIRA!
Buongiorno Praga, buongiorno Maria, con gli occhi pieni di malinconia… buongiorno Elena, esci da quel bagno, lo sai che ci sono anch’io?
Lasciatemi dire… con il cuore in mano… che il pane di segale offerto dall’hotel Mira è delizioso, soprattutto se carpito con l’astuzia e celato nei tattici tovaglioli[2].
Per cominciare, ci rechiamo alla chiesa del bambin Gesù, dove è possibile ammirare la celebre statua, i cui abiti vengono cambiati ogni giorno. Poi è la volta della barocca S. Nicola, prima di intraprendere un’interminabile, ascetica, opprimente (o castrante) salita sotto il sole che ci conduce al monastero di Strahov.
Lì, non solo troviamo ristoro nella quiete confortante e soave del luogo, non solo paghiamo 25 corone per assistere ad una mostruosa mostra, scelta da Elena, che consiste nell’osservare al microscopio surreali insetti (come se non bastassero quelli della nostra camera), ma incontriamo nuovamente l’happy family proveniente da l Regno Unito: Praga è piccola, e i turisti inglesi ci hanno proprio preso in simpatia.
Ma l’idillio di Strahov è turbato da un’orda di cameraman, tecnici del suono, attori e roulotte che ci impediscono di accedere al alcune stanze del monastero.
“stanno forse girando un film?”
Nell’intento di saperne di più, cerchiamo qualcuno a cui chiedere informazioni.
Presso l’entrata del museo notiamo una struttura contrassegnata da un cartello che recita minacciosamente, a lettere cubitali, “KACCA”. In cuor mio penso: ma non sarebbe stato più fine scrivere “bagno”? quindi comprendo di essere giunta alla cassa, e pertanto chiedo alla cassiera notizie riguardanti questo capolavoro cinematografico.
Si tratta di una “fairy tale”, mi spiega, emozionata e sorpresa, dove una principessa viene liberata da un principe… ambientata nel Medioevo, aggiunge, in preda all’eccitazione, come se la principessa fosse lei.
Un film bellissimo, una favola d’altri tempi, a lieto fine, una cassiera incalzata dall’entusiasmo, pronta a spettegolare su attori e registi: in conclusione, le riprese del film ci impediscono di visitare alcune zone del monastero, così ci dirigiamo verso Loreta, e, in seguito ad una breve visita, è la volta del castrante museo di S. Giorgio.
“L’angelo gli sta ponendo l’aureola” commenta Chiara, di fronte ad un quadro.
“ah, che gentile! Gliela sta pulendo?” ribatte Elena, ormai in preda allo spossamento e allo strazio, tra le sale dell’interminabile museo. Anch’io non sono da meno: tra le numerose opere esposte, infatti, mi soffermo soltanto sul piano di evacuazione: “complimenti per il piano di evacuazione” infatti non posso fare a meno di scrivere sull’invitante guest book.
All’uscita, per giunta, piove a dirotto e la temperatura si è notevolmente abbassata, ma ciò non ci impedisce di passeggiare per le vie di Nerudova, Karlova e Malastrana, in attesa dell’ora di cena. Il luogo che abbiamo scelto è U Mecenase, locale storico e caratteristico, intriso di un’atmosfera medievale e raffinata, uno dei posti in cui Carlo IV amava manducare con il suo seguito di baldi giovanotti.
Nel ristorante U Mecenase paghiamo ogni singola mandorla di quelle che mangiamo; in compenso i gestori del locale ci scattano una foto ricordo.
La meta successiva ci permette di gustare la bellezza suggestiva del Ponte Carlo nella sua veste notturna, brulicante di artisti di strada pronti a sorprenderti e regalarti un po’ di musica.
Per un po’ assistiamo all’esibizione di un chitarrista che strimpella “All you need is love”, convenendo sul fatto che la sua presenza sarebbe gradita in albergo a colazione, con tutto il rispetto per i Ricchi e Poveri.
Così, con il cielo stellato sopra noi e la musica del Ponte Carlo dentro noi, torniamo verso la nostra kafkiana dimora, dove la pugna per il bagno – cesso e per il bagno – lavabo si fa sempre più accanita e senza esclusione di colpi…

30 luglio: MILANO – LECCO – PRAGA: SOLA ANDATA
Silenzio, c’è S. Agnese.
In mattinata è prevista una visita a questo museo, che raggiungiamo con qualche difficoltà a causa delle solite riprese del solito film che parla della solita principessa che viene liberata dal solito principe… la fairy tale ci insegue lungo tutta la città, tra un quartiere e l’altro.
La collezione del museo è sterminata e comprende numerose opere d’arte medievale boema, ma anche i fiamminghi e l’amato Kranach… insomma, S. Agnese ci impegna per un’intera mattina, e, all’uscita, non possiamo fare altro che mangiare i nostri panini in un angolo recondito infestato dalle api, prima di visitare più dettagliatamente il quartiere ebraico.
Alla torre dell’osservatorio, invece, incontriamo un gruppo di diciottenni lecchesi appena reduci dall’esame di maturità, e così sono costretta a fare la tutor malgrado sia in borghese (Elena mi smaschera, invitandomi a rispondere alle loro kafkiane domande sul mondo dell’università e a sponsorizzare la Cattolica: hanno optato tutti quanti per la Statale).
In particolare, l’intellettuale del gruppo ci ridicolizza di tanto in tanto, assumendo il ruolo di guida della torre (ma nessuno glielo ha chiesto), e citando particolari storici ed eruditi che ovviamente ignoriamo.
“Come certamente saprete…” esordisce, mentre io ed Elena ci scambiamo qualche gomitata e un paio di sguardi interrogativi, cercando di dissimulare l’imbarazzo.
A nulla valgono le mie battute con Mister Cento e Lode, perché resta impassibile ogni volta che apro bocca: insomma, siamo bocciate in pieno e l’unico modo che abbiamo per liberarci di lui è recarci al più presto alla torre dell’orologio presso il municipio vecchio in piazza Staromezska, uno dei monumenti più significativi di tutta Praga.
Per Chiara “non è il caso di vedere un altro panorama salendo sulla torre” e i nostri piedi, già duramente provati, esprimono il loro consenso, ma di certo non è possibile non assistere allo spettacolo del cambio dell’ora!
Allo scoccare di ogni ora, infatti, i personaggi dell’orologio si animano, e per qualche minuto vivono di vita propria per raccontarci sempre la stessa storia: gli apostoli passano e salutano gli spettatori, la Vanità trascorre il suo tempo davanti allo specchio (un po’ come Elena quando entra in bagno), mentre il Turco dice no con la testa (sembra Chiara, quando propongo di cantare una canzone a squarciagola); quindi giunge la Morte, nella sua veste spettrale, e tutto finisce (intanto un carro trainato da cavalli stava per investirci mentre assistevamo a queste scene).
Pertanto perveniamo presso l’imponente cattedrale di Tyn, sovrastata dalle due torri gotiche, e dopo aver contemplato la bellissima piazza praghese, ci imbattiamo nuovamente (certo che questa repubblica cecata è veramente piccola!!) nei lecchesi, un po’ imbronciati perché hanno perso il loro intellettuale in chissà quale via della capitale: ma allora ogni tanto si perde anche lui?
Poiché non ci sembra opportuno, in vista della cena, abbuffarci nuovamente di Gulash (se mangio altra carne, di notte rischio di sognare le donne di Mucha che cantano le canzoni dei Ricchi e Poveri), decidiamo senza indugi di recarci in un ristorante italiano dall’aspetto elegante e accogliente, “Il corto”.
“Speriamo che corti siano anche i prezzi!” penso, fra me e me.
Ma di certo quel che è corto è il cervello dei camerieri, che non ci permettono di terminare i nostri (notevoli, lo ammetto) piatti, smaniosi di sparecchiare.
Quando stai per finire la pizza o ti resta poca coca cola nel bicchiere, iniziano a fissarti ansiosamente, come se qualcosa li disturbasse profondamente, e non possono darsi pace finché non ti portano via tutto, quando ancora stai masticando l’ultimo boccone…
Così, mentre Chiara cerca di tagliare la bruschetta col cucchiaio, io mi tengo stretto il bicchiere e la cameriera mi osserva stizzita, ma, malgrado ciò, la cena è gradevole, e, soprattutto… italiana!
Lo shopping notturno vede protagonista Elena, desiderosa di acquistare alcuni gioielli d’ambra. Ma deve fare i conti con l’orefice in erba, un intraprendente ragazzino di circa nove anni, il quale, con fare vagamente partenopeo, per poco non la costringe ad acquistare un paio di orecchini, trascinandola alla cassa in men che non si dica.
Ma la contessa è sempre la contessa…
“ci penso! Ci penso! Ci penso!”

31 luglio: GITA AI CASTELLI… NON SPARATE AL FALCONIERE!
Finalmente è giunto il gran giorno della gita ai castelli, Konopiste e Karlestein.
Così, immediatamente dopo colazione, ci presentiamo nella hall con tanto di vaucher (caratterizzato dalla solita scritta a lettere cubitali CARACCIOLO ELENA): e adesso siamo solo noi tre ad andare ai castelli?
Poco dopo un uomo dal volto bonario varca la poderosa porta del Mira, e scopriamo che si tratta del nostro autista: e adesso siamo in quattro ad andare ai castelli!
Il conducente mette in moto il pulmino e bonariamente ci conduce a spasso per le vie di Praga, finché non si ferma presso un altro albergo, dove salgono due svizzeri: e adesso siamo in sei ad andare ai castelli!
Quindi, verso piazza Venceslao, ecco che il pulmino bonario compie un’ulteriore sosta, necessaria per permettere alla nostra guida di raggiungere il suo gruppo: e adesso siamo in sette ad andare ai castelli!
“Good morning, gentlemen!” esordisce il nostro straordinario cicerone “My name is Anne and I will be your guide buongiorno signorine mi chiamo Anne e sarò la vostra guida”
(da quel momento ha iniziato a parlare e nessuno è più riuscito a fermarla…).
La nostra guida è un autentico vulcano, ce ne rendiamo conto sin dall’inizio: oltre a passare con disinvoltura da una lingua all’altra (italiano, inglese, ceco e chissà quale altra forma vernacolare), riesce a stupirci grazie alla sua squillante e implacabile parlantina, che non le consente neppure di prendere fiato…
La donna si impossessa del microfono e inizia a descrivere tutto ciò che è possibile vedere dalla vettura (alla nostra destra e alla nostra sinistra) con la sua voce impregnata di una premurosa e affettuosa logorrea (sarebbe in grado persino di ridicolizzare Daphne!!).
Elena, col proposito di interromperla di tanto in tanto, pone qualche domanda, e, ovviamente, la prima cosa che chiede è : “quando si mangia?”.
Intanto, fra una chiacchiera e l’altra, giungiamo nel paradiso perduto di Konopiste, dove ci attendono liete e pennute sorprese: questa si che è una fairy tale, altro che film!
…Sorge infatti un castello meraviglioso e recondito dove la contessa Elena, la pulzella Chiara e la gentildonna Fabiana vengono accolte attraverso un rigoglioso boschetto, in cui un affascinante falconiere, che sembra proprio uscito da una fiaba ceca, si prende cura degli uccelli handicappati, come recita il cartello a lettere cubitali.
Gufi con la zampina fratturata, aquile col becco fasciato, corvi che hanno subito svariate violenze, civette prive di un occhio, e altre bestiole traumatizzate… chissà che cosa ci trattiene così a lungo nell’idilliaco giardino di Konopiste, mah?
Di tanto in tanto Sammy, il fidato falco del falconiere, sorvola le nostre teste, seguendo amorevolmente i comandi del suo padrone, e rischiando di “falciarci”…
Ma, se mi soffermassi ulteriormente sulle performance dei volatili handicappati e del falconiere, questo diario di bordo rischierebbe di diventare un diario di bird; pertanto passiamo all’interno del castello, che ci viene illustrato dalla nostra instancabile e loquacissima guida, la quale si sofferma soprattutto sulla passione venatoria di Ferdinando Giuseppe, descrivendo particolari raccapriccianti sulla sua ossessione per la caccia. Poi confessa di essere vegetariana.
Tuttavia Anne riesce a dare il meglio di sé soltanto quando entriamo nella sezione dedicata alle armi, dove più volte indugia con gusto su “l’armatura per il culo del cavallo”, di fondamentale rilevanza, a suo avviso.
Quindi torniamo sul pulmino per recarci a Karlestein, che dista circa un’ora e mezza da Konopiste. L’autista guida in modo talmente bonario che non di rado i nostri occhi si chiudono bonariamente, rischiando di sprofondare in un dolce sonno.
Ma il rischio è scongiurato dalla famigerata Anne, che ci desta di tanto in tanto con i suoi commenti sul paesaggio: ci domandiamo quante parole riesca a profferire in un minuto e quanti secondi possa resistere in silenzio!
Ma le nostre curiosità sono per il momento trascurate, perché è giunto il momento di consumare il tipico pranzo boemo (compreso nel prezzo) presso un tipico ristorante boemo (vicino Karlestein) immersi in una natura tipicamente boema.
Il clima, inoltre, fresco, ventilato e frizzante, è tipicamente boemo. La guida si siede insieme a noi, e le portate non tardano ad essere servite: una brodaglia a base di verdure, tanto per cominciare, poi il pollo arrosto con le patatine, e, infine, poiché desideriamo un dolce leggero per concludere il bucolico pasto, Anne ordina per tutti la banana split.
La guida ci sorprende nuovamente, dato che riesce a parlare anche mentre mangia, senza soste, senza interruzioni… senza tregua!
Successivamente ci conduce a Karlestein, il castello dedicato a Carlo IV, a cui Praga deve molto, attraverso un irto sentiero che definisce “romantico”.
Anche questa visita è piuttosto gradevole, sebbene non vi sia traccia di falconieri né uccelli handicappati: in breve siamo nuovamente sul pulmino, dirette a Praga, soddisfatte dell’eccellente gita che ci lasciamo alle spalle.
La guida, poi, a mio avviso, appare piuttosto provata dai suoi sforzi, poiché, fra me e lei, sorgono alcuni malintesi di carattere linguistico – otorino – laingoiatra:
“questo personaggio era soprannominato il «divino boemo», non è vero?” le domando, riferendomi ad un celebre musicista ceco.
“oh… si… il vino boemo è molto buono! Abbiamo diverse specialità per esempio il vino rosso ma anche il bianco…”.
E poi, al momento di accomiatarci: “arrivederci e tante belle cose, Anne”.
“oh… si… a Praga ci sono tante belle cose che potete vedere anche i negozi perché in questo periodo sapete ci sono i saldi…”.
Insomma, non riusciamo più a liberarcene.
La vettura ci lascia in piazza Venceslao, e ne approfittiamo per percorrerla; quindi, giunte presso la Kampa, per compiere un rilassante giro in battello, dove vengo profondamente turbata dalla toilette con vista sul bagno del battello di fronte! Complimenti per la privacy!
Ma l’incontro più commovente della giornata lo facciamo nel tardo pomeriggio sul Ponte Carlo, con una sedicente pittrice di strada.
La giovane donna, caratterizzata da una profonda sensibilità e da un tocco di chiaroveggenza (come si conviene ad ogni rispettabile artista di strada), diviene in poco tempo, appena profferisco parola, una mia devota fan.
Appena mi vede, infatti, colta dall’emozione e con gli occhi lucidi, mi prende la mano esclamando: “tu essere tanto brava! Io capito che tu essere tanto brava!”.
Chiara ed Elena nel frattempo si guardano perplesse. Ma lei, che si chiama Elen, incurante di tutto ciò, seguita a lodarmi; poi parla di sé, delle sue origini S. Pietroburghesi, dei suoi studi compiuti in Italia, mentre Elena nostrana decide di acquistare una delle sue opere, ottenendo un forte sconto perché “essere amica mia, che essere tanto brava”.
Concludiamo questa giornata trionfale da U Flecu, un altro locale tipico di Praga.
Antichissimo, risalente persino al Medioevo, è un luogo caldo, festoso ed accogliente (forse anche perché pullula di italiani, con cui puntualmente io ed Elena attacchiamo bottone) dove due vecchi dal naso rubicondo suonano con la fisarmonica melodie caratteristiche… complimenti per la birra!

01 agosto: MUCHA’S PRIDE
Agosto… Mucha mio non ti conosco? Niente affatto! Finalmente approdiamo al Mucha’s day tanto agognato da Chiara, che si apre con un giro panoramico di Praga Liberty, e prosegue ovviamente con il Mucha Museum, dove veniamo accolte da un guardiano in preda all’apprensione:
“pericula! Pericula!” esclama, non appena mettiamo piede nella prima sala.
Quadri in fiamme? Sezioni del museo devastate dall’inondazione? Falchi che volano rasentando le teste dei visitatori? Ma che cosa ci può essere di tanto pericoloso in un museo?
“pericula… pellicula… pellicola… film”.
Insomma, tutto questo spavento per dire che sta per iniziare il film su Mucha in sala proiezioni!
Devo ammettere di aver conosciuto un artista interessante, malgrado non sia il mio genere e durante il film “periculoso” ne approfitto per schiacciare un pisolino; anche Elena è soddisfatta, ma avrebbe voluto ammirare le opere di altri noti artisti, come il suo amato Wendy Wharol.
Accompagnate da un clima ormai estivo, giungiamo ben presto presso il Palazzo Municipale Nuovo, e ci sembra di essere a bordo del Titanic, per la sfarzosità degli ambienti.
Nel pomeriggio ci tocca il museo delle arti decorative, ma, mi domando, è proprio il caso di vederlo? La risposta è negativa, e praticamente bigio la visita in lungo e in largo; così ne approfitto per scrivere le cartoline arricchendole con frasi in ceco piuttosto ambigue (ma tanto nessuno le capirà).
Tuttavia, poiché sono un narratore onnisciente, è necessario che ricordi gli unici due aspetti positivi del museo, per cui porgo i miei più vividi complimenti (e anelo a non mettervi più piede):
1. complimenti per la sezione dedicata alle cipolle.
2. complimenti per le toilette con macabra vista sul cimitero ebraico (dove fu seppellito anche Franz Kafka).
Tutti al Corto! Il nostro ristorante italiano preferito ci attende, dove il mitico cameriere Billy non vede l’ora di servirmi e vorrebbe anche costringermi a mangiare il gelato, ma stasera non me la sento: sarà per un’altra volta
“comunque, the ice cream is pretty” dico, per tirare su di morale Billy: è biondo, ride alle mie battute, mi guarda divertito e presumibilmente non capisce nulla di quello che dico… insomma, che cosa desiderare di più?
Alla cena segue lo shopping, che modestamente inauguro acquistando una cipolla con tanto di pavone (handicappato) scolpito, mentre Elena visita tutti i negozi, fra un “ci penso” e l’altro.
Chiara è alla ricerca dei cristalli di Boemia, e, finalmente, in seguito a svariati tentativi, li trova, presso un negozio… ironico!
Appena io ed Elena vi mettiamo piede, infatti, le due commesse nullafacenti cominciano a sghignazzare senza alcun pudore!
Per vendicarci, io e la contessa decidiamo di ritornare nel luogo del delitto, stavolta non più disarmate, ma ridendo volutamente e apertamente di fronte alle sardoniche ragazze: insomma, ride bene chi ride ultimo!
È la lotta del riso: noi ci sbellichiamo tenendoci la pancia e loro si scompisciano; noi replichiamo ghignando a crepapelle e loro rispondono smascellandosi a più non posso; non ci diamo per vinte e seguitiamo a sganasciarci, finché non otteniamo la meglio: le ceche ammutoliscono.
Ma le ostilità non si sono ancora chiuse. Ecco infatti la commessa più mordace che incede verso di noi, quindi ci chiede in inglese se abbiamo bisogno di qualcosa: e una scusa per attaccare bottone e domandarci da dove veniamo, canzonandoci di tanto in tanto, sempre senza ritegno.
“Ah, Italy?” e così siamo costrette a subire il racconto della sua famiglia slovacca e di sua sorella, che si è fidanzata con un romano.
Non sappiamo più che cosa dirle, e i momenti di silenzio sono talmente imbarazzanti che per rompere il ghiaccio ci guardiamo e scoppiamo nuovamente a ridere, tutte e tre.
Ma siamo davvero così buffe? E poi, perché la signorina non torna a lavorare invece di fissarci con quello sguardo sarcastico?
Che strano modo che hanno di vendere i cristalli di Boemia!
Tuttavia, il meglio della serata deve ancora arrivare…
Di ritorno dall’albergo, infatti, ogni notte, Elena suole scendere alla reception, dove puntualmente ci prova con l’albergatore, con la scusa di acquistare l’acqua.
È sempre la stessa storia: “ragazze, non aspettatemi… stasera non torno!”. Ma poi purtroppo torna sempre, inevitabilmente.
Dunque, come ogni sera, la medesima scena si ripete, ma stavolta prendo di petto la situazione e decido di accompagnarla giù acciocchè il mio fondamentale sostegno nonché il mio Charme and Shake possano giovarle, attraverso battute sagaci, rivolte al receptionist, al fine di fornire loro argomenti di conversazione.
“Is it possible to drink the water of the sink?” pertanto gli chiedo.
“Yes, I think it is possible”. È la sua risposta, sibillina.
Ma, per dirla in breve, il mio intervento non ha molta presa, Elena non riesce a cogliere la bottiglia al balzo, e, in poche parole, torniamo mestamente in stanza, anche perché, tra uno scarafaggicidio e l’altro, mi tocca anche assaggiare l’acqua del rubinetto, direttamente dalla Moldava.

02 agosto: QUASI QUASI NON TORNO…
Non è poi così facile arrivare al castello di Praga: in seguito ad una strada in “leggera” pendenza e a momenti di sana disorientation, finalmente varchiamo le porte della roccaforte della città, dove le nostre guardie, a cui siamo ormai affezionate, ci attendono con ansia. Sullo stomaco, ancora l’abbondante colazione dell’albergo: tra bomboloni (che comunque non hanno nulla a che vedere con quelli italiani), marmellata, cioccolata e pane di segale, non so proprio dire che cosa sia meglio. Forse il momento più bello, ogni mattina, è quando, con la massima disinvoltura, anzi oserei dire sprezzatura, preparo i panini per il pranzo sotto gli occhi del personale del Mira, mentre Chiara compie le medesime operazioni senza riuscire a dissimulare l’imbarazzo, di fronte alla divertita cameriera, che di tanto in tanto guarda anche me, e allora vorrei chiederle se desidera favorire. Elena, almeno in questo non ci pensa due volte e in men che non si dica, ha già confezionato due sandwich al prosciutto: ah, quanti ricordi… ma torniamo al castello!
Lì, infatti, ci attende la galleria Stemberg, un enorme museo, che, a differenza delle arti decorative, merita di essere visitato, non soltanto per le opere medievali, i fiamminghi, Rubens e Tintoretto, ma anche per l’invadenza degli addetti che ci inseguono di sala in sala senza abbandonarci mai, quasi misurando i nostri passi nell’intento di proteggere le inestimabili opere dalle tre cafone italiane.
“complimenti per lo zelo degli addetti”. Questa volta è proprio il caso di scriverlo sul guest book!
Il nostro penultimo pomeriggio praghese viene inaugurato dal cambio delle brutte guardie del castello, e poi, incredibilmente, ci dividiamo: Chiara, infatti, decide di recarsi, a suo rischio e pericolo, al Palazzo delle Esposizioni, dove non soltanto è colta dalla sindrome di Stendhal, ma viene anche brutalmente cacciata fuori all’orario di chiusura; io ed Elena, invece, torniamo per un po’ a Strahov, passando per lo stadio: lo Sparta Praga è grande, ma noi siamo pur sempre i campioni d’Europa. Per finire, su grande richiesta, prima di ricongiungerci con Chiara presso la piazza di Tyn, non possiamo perderci il nostro amato Ponte Carlo, con tanto di Elen, la devota pittrice.
Appena mi vede, infatti, per poco non è colta da una sincope, cerca di trattenere le lacrime, miste allo stupore, e finalmente si commuove, neanche fossi S. Venceslao: “tu essere tanto brava!” esclama, prendendomi le mani, lasciandomi senza esitazione il suo indirizzo e - mail e come se non bastasse il numero di telefono. La fan è talmente toccata nel profondo che decide di donarmi una delle sue preziosissime opere, un notturno invernale del Ponte Carlo; anche Elena ottiene qualcosa, essendo nel mio entourage.
Addio pittori di strada, addio Moldava, addio casa danzante, addio Fred Astaire e Ginger Rogers… addio Ponte Carlo… ma abbiamo ancora tanti amici da salutare: recuperata Chiara, infatti, ci rechiamo per l’ultima volta al Corto, dove riesco a disarmare Billy con la mia doppia bruschetta, tanto per rimanere leggera, e finalmente lo accontento prendendo il gelato. Ma chissà perché il suo luminoso sorriso si smorza a fine pasto, quando ci accomiatiamo da lui… senza lasciargli la mancia: l’importante è il pensiero, e noi penseremo spesso al nostro ristorante italiano preferito…
L’ultima notte praghese si dilegua, e, al ritorno in stanza, le bestiole kafkiane sono più agguerrite che mai, come se volessero salutarci: io cerco di domare le solite falene, ma poi mi stendo sconfitta sul mio letto, mentre Elena e Chiara, che dividono l’egro talamo, s’imbattono in scarafaggi volanti molto ma molto antipatici.
Ragazze, è l’ultima sera: facciamo un festino? (forse dopo aver profferito queste parole mi sono vagamente appisolata, ma comunque non ero stanca…)

03 agosto: I MIEI PIU’ SENTITI COMPLIMENTI!
È veramente l’ultimo giorno. È veramente l’ultimo giorno. È veramente l’ultimo giorno.
C’è il sole e fa caldo. C’è il sole e fa caldo. C’è il sole e fa caldo.
Beh… se continuo a scrivere in questo modo penso che potrei perdere tutti i miei fans, quindi cercherò di vincere l’emozione, la nostalgia, la tristezza e altri futili dettagli, cercando di rievocare gli ultimi sprazzi di una domenica praghese, prendendo le mosse dalla visita mattutina a Viserad, che ricorda proprio le scampagnate domenicali, poiché si tratta di un luogo molto bucolico, e io ne sono affascinata. In realtà ci dividiamo ancora, dato che Chiara, ancora in preda alla sindrome del giorno precedente, torna al Palazzo delle Esposizioni. Dunque non mi resta che scortare la Contessa in quest’amena passeggiata nel parco: vorremmo recarci ad una rotonda romanica, ma sfortunatamente è chiusa. Ci rifacciamo con la chiesa neo – gotica di S. Pietro e S. Paolo, ma viviamo il momento più drammatico di tutta la gita quando mettiamo piede nei bagni pubblici di Viserad, dove per poco non veniamo mangiate vive dall’isterica signora dei cessi, che ci insulta ripetutamente in ceco e disinfetta tutto ciò che tocchiamo, dal lavandino alla maniglia della porta…usciamo a dir poco sconvolte, senza trascurare di avvisare le attempate signore inglesi che aspettano il loro turno della pericolosità del soggetto: “It’s very dangerous!”.
Il giro di Viserad prosegue dolcemente, gettando di tanto in tanto un’occhiata alla nostra guida del Touring… “che bello questo posto!” esclamo “ma su questa chiesa c’è per caso un commento?”
No, nessun convento!” risponde Elena alla ceca.
E poi di nuovo in albergo, per l’ultima volta, ad attendere l’omino incaricato di condurci all’aeroporto: Chiara, per essere sicura, sostiene che sia il caso di aspettarlo fuori, per non rischiare di restare prigioniere di questa stupenda capitale dell’Est, ma io ritengo che sia più opportuno lasciare qualche memoria sul guest book del Mira, attraverso una dedica struggente, dove riversiamo tutto il nostro amore per Praga, in cui i “complimenti” non si contano…
L’autista arriva, inesorabilmente puntuale, e dunque ci affrettiamo a salutare il receptionist, ormai in marcia verso Milano. Un ultimo sguardo alla Moldava che solca la città, e poi eccoci a bordo dell’aereo: nonostante le mie tic tac piccanti e il disgustoso biscotto “Caramel” (il nome è una garanzia) offertoci dalla compagnia con cui viaggiamo, il sacchettino di Elena è immacolato! Forse è tutto merito delle sue medicine, che ha ingerito poco prima di partire…
“Chiara, per favore, leggi le contro – indicazioni, perché voglio sapere se questi farmaci danno sonnolenza, ma non dirmi gli altri effetti collaterali, perché altrimenti mi impressiono…”
“ok… non ti preoccupare, Ele! Dunque, vediamo… guarda un po’ che roba… anoressia, bulimia, diarrea e stitichezza tutto insieme. Ma come si fa? Per non parlare dei disturbi psichiatrici e delle allucinazioni, però!”
Comunque era solo un farmaco contro il mal d’aereo!
Tra un ricordo e l’altro, abbiamo già sorvolato mezza Europa. Siamo letteralmente fra le nuvole… il panorama che possiamo scorgere dall’oblò è a dir poco metafisico! Pertanto, di fronte a tutto ciò, non posso fare altro che congratularmi, o meglio… esprimere i miei più sinceri complimenti… complimenti a Praga, la città a cui è impossibile dire addio, ma soltanto, come cantavano i Ricchi e Poveri, nostri compagni di viaggio per sette giorni, chissà, sarà quel che sarà.
[1] Kafka (1993), La metamorfosi, Garzanti Editore

[2] molto liberamente tratto da “L’italiano” di Cotugno