martedì 28 dicembre 2010

LE RELAZIONCINE STORICHE: Conegliano Treviso (2000 D.C.)

Ottobre 2000

Le blonde trecce, gli occhi azzurri e poi…[1]

QUEST’ALBERGO NON E’ UNA CASA!
(purtroppo…)

Alle cinque del mattino (minuto più minuto meno) di un qualsiasi 26 ottobre, nell’imponente e buia stazione centrale di Milano, ci apprestavamo a partire alla volta di Conegliano e Treviso, per vedere due mostre sull’Impressionismo. Erano le sette e un quarto.
Per fortuna avevamo già fatto i biglietti il giorno precedente:
«Sono 23.600£» aveva detto il bigliettaio.
«Noi siamo di lettere moderne. Abbiamo diritto allo sconto?»
«Sono 23.600£» aveva ribadito l’uomo.
Giunte sul treno ancora vistosamente provate dalla levataccia, abbiamo riempito il vagone di sbadigli, e, mentre Silvia cercava invano di dormire le sue ultime ore di tranquillità, abbiamo intavolato alcune avvincenti discussioni come: gli esami, il proprio piatto preferito, cosa avremmo voluto fare invece di lettere (che tuttavia è una facoltà che permette di avere numerosi sconti[2]), e soprattutto i plagi letterari.
Le ore di viaggio, perciò, si sono dileguate, così come Il sole dissolve la nebbia[3], e, in breve tempo, abbiamo fatto il nostro ingresso a Mestre, una città anonima e insulsa, bionda con i capelli mori[4], senza capo né coda, una periferia squallida, e una stazione intrisa di respiro gallaratese.[5]
Sconcertate, siamo nuovamente salite sul treno, diretto finalmente a Conegliano, che fortunatamente ci ha colpito in modo differente:
«Sembra S. Francisco» ha osservato Elena.
«Ma perché, sei stata a S. Francisco?»
«No, ma guardo i telefilm americani…»
Conegliano è una ridente città che non ha nulla a che fare con l’anonimato di Mestre; inoltre la RAI ci ha quasi filmato mentre gustavamo i nostri panini parlando degli acari della polvere. Non solo! La mostra ci ha entusiasmato, sebbene io non abbia ottenuto ciò che bramavo:
«Il biglietto costa 8000£» ha annunciato gentilmente la cassiera.
«Abbiamo il tesserino universitario…»
«Va bene: 8000£.»
«…di lettere moderne, ovviamente.»
«8000£, prego.»
Ma ne valeva pena, malgrado i veneti si mostrassero sempre più ostili e scorbutici nei nostri confronti: dopo essere state insultate dal represso bigliettaio, siamo riuscite a prendere il treno per miracolo, in dispetto a tutti i bigliettai che osano prendersi gioco delle loro vittime, cioè i clienti milanesi. (e poi come fanno a sapere che sono milanesi???)
Sul treno il nostro pensiero non poteva non andare alle persone care che avevamo lasciato, come la Flores ma soprattutto Enza, preferibilmente chiamata con il senhal di Piera (si…insomma, quella delle rime pierose), che ci ha accompagnato lungo tutto il tragitto con il pensiero.
Anche Treviso, sin dall’inizio, ci ha conquistato:
«È proprio carina» ha commentato Elena, «sembra Como.»
«Ma perché, sei stata a Como?»
«No, però guardo Vivere…»
E finalmente, in seguito ad altre interessanti considerazioni, abbiamo raggiunto la pensioncina, modesta ma carina, posta in una gaia posizione: fra l’ospedale e le pompe funebri.
Non appena varcata la soglia dell’ingresso, ci hanno detto che ci avrebbero separate (due ragazze in un altro albergo, fuori città, per giunta) perché non c’era posto. Ma noi, stizzite ed eloquenti, li abbiamo costretti a spostarci tutte insieme in un hotel di categoria superiore… di lusso.
E allora, gaudeamus![6] Struttura raffinata e antica, bagni superbi, camere da sogno, televisione, radio, telefono, frigorifero con spumante e altre bontà, carta da lettere, fiocco cotone, salviette, cuffie per la doccia, porta-assorbenti a volontà. Non ci mancava proprio niente, eccetto la cena. Soggiogate dai piaceri della vita, non ci siamo neppure rese conto di avere fame, anche perché Silvia ha iniziato un gioco crudele di scherzi verso cellulari di conoscenti, che ha coinvolto anche noi (ha creato tre mostri), ma soprattutto il suo caro amico Iuri (detto Ius, Iuris), che non ci ha mai abbandonato, neppure sul treno del ritorno, quando, per salvare la faccia alle buontempone, ho dovuto sfoggiare tutte le mie doti di attrice/impiegata al call center col Branduardi in erba![7]
Ma le otto di sera sono sempre le otto di sera, anche quando si è ancora convinti che siano le cinque del mattino. E allora perché non attraversare la trafficatissima statale a piedi, avvolte nella tenebra, scongiurando il pericolo delle automobili che strombazzano, per raggiungere la più vicina pizzeria? E, perché non gustare un’anonima pizza margherita (che tuttavia ha un nome: Margherita) su una panchina affacciata sulla statale in questione, come quattro clochard, che si riuniscono nella notte per far fronte alla loro squassante solitudine?
E così, non appena arrivate al grand hotel “La fattoria”, di cui ormai avevamo preso pieno possesso, stranamente sane e salve, in seguito alla sfiatante avventura sulla statale, tra uno squillo e l’altro, un messaggio e uno schiamazzo, avevamo anche deliberato di andare dormire, sennonché la mattina ci ha sorpreso immediatamente, inducendoci a realizzare che si trattava degli ultimi istanti che ci apprestavamo a trascorrere nelle nostre regali suite.
E dunque partivamo, senza cappuccino né brioche, dato che ci era stato negato, ma non prima di aver per l’ultima volta ammirato incantate il paesaggio della campagna trevigiana, sulla quale la mia finestra si affacciava, con i prati, le galline, il tranquillo cane, l’amico tasso con l’ariosto, e così via…
Ma soprattutto non abbiamo potuto fare a meno di contemplare estaticamente per l’ultima volta il bagno, e, ovviamente, di asportare qualche ricordino.
La nostra visita a Treviso è cominciata con un negozio di dolcetti di Halloween e si è conclusa con i panini, salati, troppo salati, consumati alla stazione. Ovviamente abbiamo visto anche la seconda mostra sull’Impressionismo in programma, sfuggendo continuamente alle Furie e alle Erinni (rispettivamente bambini di prima elementare e irruenti liceali). Le dee della vendetta ci perseguitavano da una sala all’altra, irrompendo con il loro vociare fitto di sconcerto. Ma noi le abbiamo ripetutamente depistate, grazie all’esperienza acquisita durante il viaggio, all’arte di arrangiarsi e di non sentirsi mai in colpa per il danno arrecato a terzi (dunque, ho creato tre scroccone). E comunque abbiamo visitato i più emblematici monumenti della città oltre alla mostra, che tra l’altro costava 12.000£, sebbene…

«Siamo di lettere moderne. Abbiamo il tesserino universitario…»
«12.000£.»
«… E anche il libretto con i voti!»
«Allora, volete pagare o no?»

… noi fossimo laureande in lettere moderne, specializzate in storia dell’arte e affini, e non banali studentesse di medicina o lingue, magari di Casalpusterlengo![8] Comunque, nel complesso, la mostra ci ha affascinato, e, nonostante vertesse sulla nascita dell’Impressionismo, i nostri occhi, deviati dalla Flores, hanno visto solamente decorazioni cosmatesche, girali d’acanto a volontà, e ovunque donne ieratiche.[9]
A proposito di donne, non sono mancati i ritratti di alcune significative signore, come: la lasciva donna di Baudelaire, la donna del pittore, la donna di Renato Zero, e, infine, la donna che sembra un uomo.
I passeggeri del treno diretto a Milano hanno avuto occasione di ascoltare le nostre esibizioni canore (nel nostro repertorio c’era anche il duello o duetto di Non amarmi, ma soprattutto Battisti) per non parlare delle avventure telefoniche con Iuri. E pensare che erano le cinque del mattino, quando, attendendo una rapida risoluzione, ci siamo salutate cordialmente, sognando di trovare, al nostro ritorno a casa, dei copri-letti di seta, o perlomeno i bagni verdi[10], ma le nostri illusioni non si sono realizzate: questa gita è durata troppo poco!





Il testo originale dello scherzo da me ideato ai danni di Elena, Laura e Silvia (questa lettera, redatta su carta intestata dell’hotel, è arrivata alle mie compagne di viaggio qualche giorno dopo il ritorno a Milano, destando sconcerto e imbarazzo):


Lanzago di Silea, 31 ottobre 2000
Alla cortese attenzione di Laura Silvestri
La presente lettera, in merito al soggiorno di Caracciolo, Silvestri, Boscari e Sarcuno, durante i giorni 26 e 27 ottobre, ha come oggetto le ripetute lamentele della clientela e soprattutto dei responsabili dell’hotel La Fattoria durante i giorni in questione.
La presenza delle suddette persone, infatti, si è rivelata inopportuna e sgradita, a causa dei numerosi rumori e schiamazzi, avvertiti durante il pomeriggio e perfino nella prima parte della notte.
Ma il fatto che ha compromesso ulteriormente la situazione delle persone precedentemente nominate, consiste nella scomparsa, appurata nelle ore successive alla loro partenza, di numerosi oggetti di uso comune, e cioè: una scatola di fiammiferi, 9 salviette, una saponetta, una cuffia per la doccia, tre fiocco cotone e soprattutto 19 porta-assorbenti: riteniamo quest’uso volontariamente spropositato e ovviamente eccessivo per un unico pernottamento, nonché irrispettoso nei confronti del personale e di tutti coloro che sono stati privati dall’uso di suddetti beni di consumo personale.
Pertanto, invitiamo Caracciolo, Silvestri, Sarcuno e Boscari ad accordarsi per un’eventuale risarcimento, per evitare che telefonino inutilmente alla reception dell’hotel La Fattoria, e piuttosto, una volta giunte ad una soluzione, comunichino all’indirizzo e-mail fattoria@iol.it il tipo di risarcimento che intendono effettuare.
Per esempio, è accettabile che ricomprino la merce sottratta, e la facciano pervenire all’hotel La Fattoria.
Attendendo una rapida risoluzione, vi salutiamo cordialmente


La Direzione



[1] Riferimento alla nostra attività favorita durante gli spostamenti in treno: cercare i versi che i moderni cantautori hanno sottratto alle poesie del Duecento, in una parola… i plagi!
[2] Notevole l’ironia…
[3] Pascoliano o ungarettiano titolo di uno dei quadri che avremmo poi visto alla mostra
[4] Frase più volte pronunciata durante il viaggio d’andata, mentre ci cimentavamo nelle improbabili descrizioni dei nostri compagni di corso
[5] La stazione di Gallarate, patria di Silvia, è stata assurta ad archetipo di luogo poco sentito
[6] Titolo di uno spettacolo teatrale che la licenziosa docente di drammaturgia ci ha caldamente propugnato
[7] Chiamato in questo modo a causa della folta capigliatura pelata, a quanto pare
[8] Ovvio riferimento ad alcune delle fandonie raccontate a Iuri: io, Elena e Laura saremmo studentesse provenienti rispettivamente da Casalpusterlengo, Lecco e Torino
[9] Celeberrime espressioni e sintagmi Flores-arcaisiani
[10] Sono citate alcune delle note di spicco delle nostre camere d’hotel. Per ulteriori precisazioni si consiglia di leggere il documento che segue

mercoledì 8 dicembre 2010

Il film del mese: Dicembre


Sono un cavaliere errante che va ogni giorno a cercare avventure e il senso del mondo: ma non riesco a trovarlo. (Joseph Bédier - Romanzo di Tristano)

La felicità è reale solo se condivisa (dal film "Into the wild")

martedì 17 novembre 2009

IL VIAGGIO CONTINUA...


Il viaggio continua sempre, anche quando sembra di ristagnare in una palude senza poterne uscire... eppure, non si arresta...

domenica 6 settembre 2009

Maratea...










Il vero viaggio di ricerca non consiste nel guardare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi (Marcel Proust)


ancora Svizzera!!!













Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato? Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con quell'individuo dal quale volevi fuggire (Socrate)


SVIZZERA 2009







A spasso nel Paese delle caprette che fanno “ciao”, alle prese con un clima torrido, il Toblerone che si scioglie inesorabilmente e una tregenda di arroganti “mafaldi” alle costole… ce la faranno le nostre eroine?
YES, WE CAN!
Svizzera (13-16 agosto 2009)
13 agosto 2009:Nella terra del cioccolato…
Tutto è pronto per il tour che ci condurrà in alcune eleganti città della Svizzera tedesca, passando per Montreux con i suoi paesaggi lacustri e montani, senza disdegnare di assaggiare il decantato formaggio della zona. Il pullman spacca il minuto e da Milano s’invola verso il traforo del San Bernardo. Non manca proprio nulla, no. Soltanto… Paola!! L’appuntamento con la mia compagna di viaggio è fissato a Novara, ma di lei neanche l’ombra. Dove sarà? Il mistero si infittisce quando mi comunica, al telefono, di essere nei paraggi (ma dove?). È in quest’occasione che faccio conoscenza con l’efficientissimo accompagnatore, il romagnolo Arrigo, il quale scende dal pullman in autostrada e riesce a mettersi sulle tracce della latitante, a dire il vero non troppo lontana, accolta con un’ovazione sul pullman.
Ora non manca veramente nulla, che il viaggio abbia inizio! L’autista guida impavido superando ben presto il confine: durante il tragitto scopriamo che il suo nome è Milko, proprio come il lilla che invoglia… quale migliore premessa per una gita nella terra del cioccolato? Comincia così il tormentone (più che altro un tormento per il nostro autista) della mucca viola e altre simpatiche burle, tanto che già il primo giorno il pover’uomo non ne può più di noi.
Nel pomeriggio arriviamo a Montreux, presso l’hotel dove alloggeremo. La sistemazione non è niente male, tuttavia alcuni membri del gruppo, prontamente soprannominati “mafaldi”, si tolgono lo sfizio di protestare per delle inezie: il mafaldo- dirigente universitario si scaglia gonfio di tracotanza contro Arrigo perché manca l’aria condizionata in stanza; le due mafaldesse-medichesse si lamentano a più non posso senza spiegarci il perché. Per fortuna al mondo non ci sono solo mafaldi, e pertanto ci godiamo la passeggiata sul lungolago in compagnia di alcuni nuovi amici, Enzo, Gabriella e il giovane Enrico, nonché una simpatica coppia di signori toscani.
A dire il vero Montreux è “una città che se la tira” e nulla più. Non poche pretese di aristocrazia ed eleganza, forse per il casinò, forse per il jet set e cose così, forse per il Montreux Palace che ha ospitato alcuni noti artisti, come Micheal Jackson, ma, a parte il monumento in onore di Freddy Mercury e il mirabile panorama del lungolago, non c’è molto da vedere.
Toh, è un’usanza svizzera quella di portare i bambini dentro le fontane quando imperversa il caldo, e difatti il clima è bollente, persino afoso. Quasi quasi li invidio, penso, rientrando all’hotel per la cena… tra le portate, crema di cavolfiori e un succulento dolce al cioccolato, nonché la premura del nostro accompagnatore: «Volete che vi faccia togliere la mostarda dal pork?» domanda spudoratamente Arrigo a tutta la comitiva, rivolgendosi poi, sempre in romagnolo, agli zelanti camerieri: gli abbronzantissimi Obama-boys! Tutte le loro risposte sono incoraggianti e cariche di entusiasmo: «Possiamo avere altra acqua?» «yes you can!»; «Vorremmo anche del pane e una pinta di birra» «yes you can!»; «Una porzione in più di dolce?»… beh, adesso non esageriamo!
14 agosto 2009: Attenti alla psycho – marmotta!
La mattinata si apre con la prima, vera escursione del tour: destinazione Roches de Naye, il paradiso delle marmotte! Raggiungiamo la nostra meta in seguito a un’impervia arrampicata sui monti con il trenino a cremagliera: ce la farà o non ce la farà? Personalmente sono un po’ perplessa, ma intanto contemplo lo sconfinato panorama del lago Lemano e della costiera, incorniciato dalle vette alpine (fa capolino anche il Monte Bianco!). Finalmente i boschi cedono il passo a un paesaggio più roccioso e giungiamo a quota 2000 metri. Oltre alla passeggiata, ai simpatici incontri con animali del luogo (l’indifferente renna di Babbo Natale, le permalosissime capre che ci sbarrano il passaggio e i falchi), la visita ci consente di osservare numerose specie di piante montane nell’orto botanico, un museo con bestiole imbalsamate, qualche tenda mongola qua e là e soprattutto… le marmotte, le vere padrone del posto. Fortunatamente chiuse da un recinto (a salvaguardia della nostra incolumità fisica), gli agguerriti animali sono decisi a impossessarsi dei nostri cracker, che chiedono a gran voce, arrampicandosi sulla recinzione, mostrando minacciosamente i denti e soprattutto azzannando con ferocia inaudita il metallo che li separa da noi.
All’ora di pranzo prendiamo nuovamente il trenino per rientrare a Montreux, ripercorrendo la strada in discesa e ascoltando le precise indicazioni geografiche di Arrigo: «Adesso entriamo nel tunnel di qua per sbucare nella valle di là». Proprio mentre siamo immerse nella contemplazione di questi paesaggi tanto cari alla nostra beniamina Heidi, con tanto di lago Lemano a forma di mezzaluna, il treno inspiegabilmente interrompe il suo tragitto. Si è rotto, anche se gli orgogliosissimi svizzeri non vorrebbero ammetterlo, ma noi italiani siamo abituati a queste faccende e intuiamo subito che l’attesa non sarà breve… difatti, dopo un’ora sotto il sole cocente, trasbordi a destra e manca, ecco che si palesa un altro trenino poco promettente (ironicamente soprannominato TGV) che ci riporta, non senza incertezze e difficoltà, alla località di partenza. Il disappunto si dipinge sui nostri volti: altro che puntualità svizzera, questo è un ritardo degno dei mezzi di trasporto nostrani!
Vorremmo confortarci con un lauto pranzo in hotel, ma disgraziatamente capitiamo nello stesso tavolo di mafaldi e mafaldesse, che ci stordiscono vantandosi delle loro prodezze. Rimaniamo in balia delle loro saccenti chiacchiere finché non partiamo per la prima visita pomeridiana, prevista nella cittadina di Vevey. Il nostro cicerone, Arrigo, mostra contento la statua di Charlie Chaplin e il casinò, sullo sfondo dell’immancabile lungolago. Vevey è meno “frivola” di Montreux, come dimostrano i vicoli e le stradine al suo interno, tuttavia l’attrazione principale del pomeriggio è il castello di Chillon, di grande interesse storico e culturale.
Edificato strategicamente su un isolotto roccioso, questo “fottuto castello” (testuali parole della guida locale) risale al XII secolo, ma è il risultato di numerose ristrutturazioni. Fu usato come fortezza, arsenale e anche come prigione, resa celebre dal poeta inglese Lord Byron. All’interno meritano una visita soprattutto la sala lignea, risalente al periodo savoiardo, la sala da pranzo del castellano, finemente decorata e strategicamente apparecchiata, tanto da suscitare in Paola un certo languorino, mentre io mi diletto presso le antichissime latrine a due piazze, con tanto di disegni esplicativi. A dir poco geniale!
15 agosto: Su e giù per la capitale passando per… slurp… Gruyères!
Sveglia! Mentre a colazione sono costretta a pugnare contro il temutissimo gruppo dei baresi per un pugno di cereali, Paola non ne vuole sapere di abbandonare il regno di Morfeo, e così è costretta a prepararsi in modo fantozziano pochi minuti prima della partenza per Gruyères.
Il paesaggio muta dolcemente: dalle asprezze di Montreux si passa alle verdi e morbide vallate delle Prealpi friburghesi, dove sorge Gruyères, un pittoresco borgo dominato dal castello. Il nome di questo luogo deriva dall’immagine araldica della gru, ma ci rimanda a ben altre suggestioni, di carattere gastronomico… con il nome di Gruyères in bocca[1] visitiamo innanzitutto il castello, risalente al XI secolo. Molto belli i cortili interni e il giardino all’italiana, per non parlare, all’interno, del salone Corot, dipinto dal celebre pittore francese.
Tornati nel centro storico, ovviamente non manchiamo di partecipare alla degustazione del formaggio locale, nelle sue varietà, per poi partire alla volta di Berna, dopo un pranzo a base di spätzle e brezel.
Ricorderemo la “città dell’orso” per il caldo asfissiante e una guida locale molto sportiva che ci ha costretti a correre a perdifiato da una parte all’altra della capitale, tanto che più volte la signora toscana ha alzato bandiera bianca, minacciando di fermarsi. Ma Berna non è solo questo: visitiamo la cattedrale di San Francesco, protestante, e difatti i nostri compagni di viaggio protestano perché è troppo spoglia. Dopodiché ci dirigiamo verso il Palazzo del Governo, nella piazza centrale e finiamo dritti dritti nel cuore della festa del Toblerone, che proprio oggi compie cento anni: buon compleanno!! Quale migliore occasione per degustare il tipico cioccolato di questa zona, che viene offerto in quantità generose a tutti i passanti? E allora ecco che hanno inizio gli assalti ripetuti alle vallette cariche di Toblerone, che ogni tre per due fanno rifornimenti e riempiono vassoi, destinati, in pochi secondi, a essere nuovamente svuotati. Cent’anni, ma non li dimostra affatto… troppi complimenti. Perciò il Toblerone si scioglie, non per l’emozione, ma nel vero senso della parola, complice la temperatura ben oltre i trenta gradi (è buono lo stesso).
La visita guidata prosegue lungo il fiume Aar finché non giungiamo alla Torre dell’orologio, che ogni ora ci offre il suo spettacolo con i personaggi che si muovono, un po’ come a Praga e a Monaco.
Salutiamo Berna per tornare sul pullman: destinazione Lucerna. Dopo esserci sistemati nel nuovo hotel, passeggiamo amabilmente con i nostri amici nel raffinato centro storico. Lucerna by night è molto suggestiva e promette bene. Gli eleganti palazzi in stile liberty e i cigni che sguazzano nel lago fanno da contorno al nostro giro notturno.
16 agosto: Mafaldi, si prega di farli tacere!
Lucerna… una città densa di scorci da belle époque, elegante e raffinata nei suoi richiami storici e culturali, arricchita da musei e monumenti di rilevante interesse. La prima attrazione in cui ci imbattiamo è il ponte coperto, da non confondersi con il ponte della morte, dai toni macabri, qualche metro più in là. La passeggiata nel centro storico è molto gradevole: anche qui, come a Berna, abbondano le fontane, vere e proprie opere d’arte… e anche qui facciamo conoscenza con l’ennesimo Mafaldo della combriccola, nientepopodimeno che un nostro collega insegnante! L’attempato prof. di chimica, ex guru delle graduatorie, ex sindacalista, ex so-tutto-io, rimugina qualcosa sul Sessantotto e sui tempi in cui era giovane e bello, prima di tornarsene dai suoi “soci” sprizzanti mafaldaggine da tutti i pori. Pazienza! Ci confortiamo con l’esilarante gruppo dei baresi, i quali, dopo aver fatto razzie al buffet della colazione, tentano di aizzare un cigno contro Paola!
Intanto Arrigo ci conduce presso la chiesa dei Gesuiti, sfarzosa nelle sue decorazioni auree, la Cattedrale e una chiesa francescana, prima di giungere al Municipio. Molto carini inoltre i vari edifici decorati, come quello che rappresenta l’intero albero genealogico di una nobile famiglia.
In tarda mattinata ci separiamo dal resto del gruppo per recarci al museo principale con Enzo, Gabriella ed Enrico. È il trionfo di Paul Klee: al grande pittore svizzero è dedicata un’intera collezione… ma non solo! Ai piani superiori possiamo ammirare capolavori di Picasso, Monet, Renoir, Matisse, Cezanne, Modigliani, Seurat, Signac e tanti altri. Paola e Gabriella seguono interessate le mie divagazioni di fronte alle opere, ma Enrico non ne può più… indugiamo forse troppo a lungo nel ricchissimo museo, purtroppo è doveroso affrettarsi per non tardare all’appuntamento col resto della comitiva: dobbiamo pur sempre tornare a casa!
Prima di varcare il confine italiano, ci fermiamo a Bellinzona a spendere in tavolette di cioccolata le ultime monetine svizzere… franchi di qua euro di là… che confusione!
Durante il viaggio sgranocchiamo ciò che abbiamo comprato guardando un film, sempre con i soliti mafaldi, che nel frattempo hanno fatto comunella, alle costole, pronti a ribadire la propria superiorità sul resto del mondo e a rifilarci commenti poco edificanti, a dire il vero anche un po’ offensivi. Peccato che esistano persone così dappoco, ma che ci dobbiamo fare? L’importante è aver goduto pienamente di questi quattro giorni, così intensi, apprezzando luoghi, persone, costumi della Svizzera e legando con nuovi amici, che non esitiamo a salutare una volta giunti a Milano, con l’augurio di ritrovarsi in occasione del prossimo viaggio… saremo puntuali come un orologio a cucù!




[1] Omaggio ai Promessi sposi. Forse qualcuno ricorderà l’avventura di Renzo, con il nome di Gorgonzola in bocca…