sabato 11 luglio 2009

ESTATE 2009...




Il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina. (Sant'Agostino)

sabato 16 maggio 2009

ancora monaco!











Viaggiare deve comportare il sacrificio di un programma ordinario a favore del caso, la rinuncia del quotidiano per lo straordinario, deve essere strutturazione assolutamente personale alle nostre convinzioni. (Herman Hesse)




MONACO 2009
















Un tour furioso e pasquale, sorseggiando la capitale della Baviera e i suoi magnifici castelli, senza farci mancare brezel e würstel

MONACO MONACO! CE NE ANDIAMO A MONACO!
11- 13 aprile 2009

11 APRILE: MONACO E ISOLA D’ELBA: CHE TOUR!
Sarà pur vero che l’abito non fa il Monaco, ma il nostro tour operator, il celeberrimo Turi Turi, già sperimentato in occasione di un precedente viaggio in Croazia, non si presenta nel migliore dei modi: in seguito all’annullamento del tour della Provenza, per il quale avevo optato inizialmente, scopro con disappunto che la partenza per il viaggio a Monaco è stata fissata alle cinque del mattino! E pensare che Silvia e Marzia, le mie compagne di viaggio, non se la passano meglio: il loro ritrovo è anticipato di un’ora, praticamente notte fonda, quasi inutile andare a dormire per ritrovarsi qualche mezzora dopo sul pullman...
Memore dello sconclusionato viaggio in Croazia, con tanto di gitanti “dimenticati” all’autogrill perché si erano attardati alla toilette e retromarcia a tutto gas in autostrada, comincio a preoccuparmi, finché non faccio conoscenza con l’accompagnatrice.
«È questo il pullman per il tour di Monaco e dei castelli della Baviera?»
«Certo» mi assicura Fabrizia, questo è il suo nome. «Monaco e isola d’Elba, salite pure».
Ma come Monaco e isola d’Elba, che razza di tour è? Una giovane coppietta, lui salernitano, lei argentina, è a dir poco atterrita dalla notizia: «Uè abbiamo pagato per Monaco e mo’ vediamo pure l’Elba: mannaggia che tour! Ma siamo sicuri sicuri?».
Come no? L’accompagnatrice e l’autista, il simpsoniano Homer, sembrano certi del fatto loro, tuttavia ben presto l’arcano viene svelato: a ogni fermata si compiono dei misteriosi scambi con altri pullman del Turi Turi, insomma un saliscendi continuo di passeggeri... alla fine l’ordine torna a regnare: il gruppo è al completo, pronto a partire alla volta della Germania del sud, senza ulteriori indugi, anche perché, udite udite, sono previste temperature miti con tanto di cielo sereno per tre giorni, mentre all’isola d’Elba piove a dirotto... non potremmo chiedere di meglio.
Il viaggio comincia in modo faticoso, così durante le soste agli autogrill ne succedono di tutti i colori: tanto per cominciare Silvia e Marzia salgono come delle furie sul pullman sbagliato che, appunto, si chiama Furia ed è diretto a Vienna (attenzione: il fatto avrà un seguito!), mentre io, più avanti, trascorro dei momenti a dir poco drammatici ai servizi, sconquassata dai capricci del mio stomaco.
Nonostante tutto, arriviamo sane e salve nella capitale della Baviera! Monaco è una città paciosa, accomodante, arricchita da attrazioni degne di interesse... praticamente l’esatto contrario della nostra guida locale, che incontriamo nel centro storico: una furibonda signora di origine romana, tifosa sfegatata e anche un po’ delusa del Bayern. Dopo averci spiegato l’origine del nome della città più amata dai tedeschi, che richiama un’abbazia di monaci del IX secolo, ci mette in guardia dicendo che nel centro storico è in corso una manifestazione di nazisti, nonché una protesta dei tifosi di Toni e compagni, che hanno deciso di riversare il loro scontento calcistico in piazza, per non parlare delle biciclette assassine che hanno costretto in ospedale un numero spropositato di visitatori: ora che siamo angosciati al punto giusto possiamo tranquillamente iniziare il nostro tour della città.
L’edificio Maximilianeum, sede del Parlamento regionale, la via dello shopping, Konigsplatz, la Residenza Ducale, la Cattedrale Frauenkirche e la Glyptothek ci scorrono davanti come cavalli imbizzarriti, mentre la guida si ostina ad additarci le donne in bikini e gli aitanti giovanotti che vigorosamente praticano salubri attività sportive all’aperto: caspita, sembra l’istituto Luce! Malgrado la frenesia dell’attempata signora, che non ci permette neppure di andare in bagno, iniziamo a familiarizzare con l’atmosfera di questi luoghi e a scoprire il fascino di una città in divenire.
Finalmente scendiamo dal pullman e facciamo subito conoscenza con una compagna di viaggio, Linda, ma soprattutto con la sua temibile fotocamera fucsia, fremebonda e mai doma, che presto diventerà un tormentone, anzi un vero e proprio tormento!
Mentre cerchiamo di seguire la caratteristica bandiera bavarese bianca e blu, retta dalla nostra forsennata guida, io e Silvia ci domandiamo che differenza passi tra un monacense e un moneguasco... tra un quesito e l’altro mettiamo piede nella vivacissima Marienplatz. Qui ha sede il Nuovo Municipio costruito alla fine dell’Ottocento in stile neogotico, noto per il carrillon che ogni giorno, a orari prestabiliti, si anima esibendo molteplici figure a grandezza naturale, come i due cavalieri che si incontrano e si scontrano, i fanciulli danzanti e così via. Linda filma un po’ piccata perché l’animazione sembra non finire mai e anche Silvia non ne può più di stare con il naso per aria, invece io batto le mani al ritmo delle melodie: sarò un po’ bavaresotta, ma lo spettacolo mi emoziona e conquista!
Ecco che l’inseguimento della romanaccia delirante prosegue, con la visita ad alcune attrazioni come l’Hofbräuhaus, la birreria in cui Hitler nel 1923 tentò (e fallì) il putch, il colpo di stato. L’edificio, risalente alla seconda metà dell’Ottocento, evoca tradizioni e costumi cari alla cultura bavarese, a partire proprio dalla birra: pertanto meditiamo di farvi una puntatina al più presto!
Ovviamente non ci accontentiamo del giro turistico insieme alla guida, così, dopo aver scorto il vasto prato in cui ogni anno viene celebrata l’Oktoberfest, ci defiliamo, libere di visitare alcuni monumenti come la chiesa dei Teatini, bianca che più bianca non si può, vero capolavoro del barocco italiano.
Tornate al luogo del ritrovo con il resto della comitiva, conveniamo sul fatto che il lavoro di Fabrizia sia tutt’altro che idilliaco: oltre all’immane fatica di contarci e ricontarci (e siamo davvero tanti, quasi una sessantina!), deve fronteggiare le assurde polemiche di alcuni membri del gruppo, come due signori di mezza età, marito e moglie, intenti a sbuffare e criticare tutto, e con il vizio di gufare seccature agli altri compagni di viaggio: «Qualcuno verrà investito da una bicicletta, vedrete che il tempo cambierà e avremo pioggia» ecc.
In compenso, sopraffatta dal mio stomaco ancora precario, entro in una farmacia, apostrofando la commessa in un tedesco un po’... trapattoniano. Benché neppure in inglese mi abbiano insegnato a dire certe cose che il tacere è bello[1], scopro che alcune parole hanno una valenza universale e sono comprensibili in ogni lingua, come, appunto, imodium.
Una volta raggiunto l’albergo, un po’ fuori mano, ceniamo e decidiamo di trascorrere la serata nei dintorni, senza troppe pretese e con l’intento di rincasare presto, ansiose di lambire le piume del letto. Gli altri preferirebbero invece scatenarsi in centro, nei locali più animati della città, ma sono un po’ esitanti: vogliono prendere un taxi e poi rinunciano, provano a salire su un autobus ma non sono del tutto convinti. Alla fine accantonano l’idea e ci seguono nella nostra esplorazione notturna del tetro quartiere che ospita l’hotel, con scorno di Linda, l’unica veramente motivata a gettarsi nella movida, incurante della levataccia del giorno prima.
Percorriamo le vie deserte, perseguitate dalla solita upupa preromantica, ma fortunatamente sappiamo dove andare perché prima di uscire abbiamo chiesto indicazioni alla receptionist sui locali della zona. «Left left left[2]» la sua risposta perentoria, carica di speranze di baldoria e birra a non finire. In effetti seguendo i suoi suggerimenti non facciamo altro che perderci pericolosamente attraverso strade sempre più disabitate e buie; quindi per puro caso scopriamo che l’unico pub della zona si trova nella parte opposta: la consigliera fraudolenta avrebbe dovuto dirci: «Right right right[3]»!
Tuttavia ne è valsa la pena: giungiamo in un pub ludico – medievale ricco di sorprese, dal tavolo girevole (sedersi è un’impresa bellica, che richiama alla memoria le giostrine nei parchi durante la nostra infanzia), alle armature e, naturalmente, ai troni (ora che sono stata ufficialmente soprannominata Sua Altitudine non posso fare a meno di provare anche questi)... certo che i bavaresi, discendenti dei boemi, sono proprio affabili e sanno come divertirsi.
Forse i “terroni della Germania”, così come sono stati etichettati, un po’ ci somigliano, penso, trascinandomi attraverso le sinistre vie che conducono all’albergo. Sorseggiando Monaco...

12 APRILE: NATALE CON I TUOI PASQUA CON IL PUTCH!
Il tepore baluginante del sole monacense mi sveglia con largo anticipo. Guten morgen Monaco! E, soprattutto, buona Pasqua! Oggi si celebra questa importante festività, come viene sottolineato dai numerosi coniglietti, che i bavaresi disseminano ovunque, sotto forma di peluche o cioccolatini: ne troviamo uno anche nella nostra stanza, che pensiero carino!
La colazione è in verità un po’ deludente: il pane al formaggio (con la marmellata) di primo mattino non fa per me; sempre meglio delle polpette alla cipolla, che Silvia assaggia con entusiasmo. La nostra scimmietta[4] costringe inoltre Marzia a ingurgitarne un po’ prima di salire sul pullman.
In cuor mio penso: meno male che non sono sedute vicino a me... però vicino a me c’è Linda, più scatenata che mai con la trepidante fotocamera fucsia: scatta istantanee senza requie attraverso i vetri del veicolo, fermatela! Insieme a lei ci avviamo verso il fiume Isar per una gradevole passeggiata, che ci permette di ammirare il Municipio Antico, la cattedrale dedicata a Nostra Signora, la chiesa di San Michele e quella di San Giovanni, ma, soprattutto, i numerosi spazi verdi e le piste ciclabili che caratterizzano la capitale della Baviera. A proposito di ciclisti, questi scorazzano così pericolosamente che per sicurezza decidiamo di procedere camminando sull’erba: a Monaco le biciclette sono padrone incontrastate della città, guai a mettere piede, anche per sbaglio, su una pista riservata a questi mezzi!
In men che non si dica è già ora di pranzo: l’Hofbräuhaus ci attende! Il caratteristico locale offre la migliore birra della città, per la gioia di Silvia e degli appassionati della bevanda, ma anche i würstel e le saporitissime salse non sono da meno: finalmente un vero pranzo bavarese, alla faccia delle zuppe che ci vengono propinate in albergo! Inoltre l’HB merita una visita per quanto concerne l’aspetto architettonico: il cortile esterno è molto interessante, mentre all’interno è possibile contemplare le volte affrescate, anche al piano superiore.
Ristorate dalla sosta al locale, possiamo riprendere il tour ricongiungendoci col resto della comitiva, diretti alla residenza estiva dei sovrani di Baviera, Nymphenburg, eretta tra la seconda metà del Seicento e la prima del Settecento.
A parte qualche piccolo intoppo, come l’anziana signora seduta in prima fila sul pullman, che ha smarrito macchina fotografica e altri oggetti personali, e una querelle all’ingresso del monumento (le guide locali pensano che Fabrizia stia tentando di truffarle facendoci entrare gratis, quando in realtà la visita è compresa nel prezzo!), il Castello delle Ninfe è un luogo ameno e pittoresco, dove, tra l’altro, gli architetti italiani, gli stessi della chiesa dei Teatini, hanno mostrato tutto il loro valore.
A prima vista, osservando il giardino e i suoi canali, i cigni che sono ovunque, le papere e le anatre di caraccioliana memoria[5], ci ricorda un po’ Versailles, forse per volontà degli stessi committenti, Ferdinando Maria ed Enrichetta Adelaide di Savoia, e anche l’interno della residenza appaga pienamente l’occhio del visitatore, nel suo trionfo di barocco e rococò.
Personalmente mi ha incuriosito molto la Galleria delle Bellezze, una sala in cui sono conservati i ritratti di tutte le donne amate da Ludwig I (sono ben 36, mica male!): tra queste avvenenti signore, dolci fanciulle e donne spregiudicate, non figura neppure una bionda, come saggiamente fa notare Silvia, additandomi le chiome castane e more: tié!
Nel tardo pomeriggio visitiamo un’altra importante attrazione monacense: l’Olympiapark, un immenso complesso sorto negli anni Settanta per ospitare le Olimpiadi, caratterizzato da strutture decisamente moderne. Lì un ascensore ci conduce a una velocità vertiginosa all’ultimo piano del grattacielo che domina la città. Panoramico e mozzafiato.
Al ritorno in hotel, siamo talmente esauste per via del programma serrato e valetudinarie (qui lo storico passaggio di consegne dell’imodium da me a Silvia) che optiamo per un’altra serata tranquilla in stanza a commentare i momenti salienti della giornata, pregustando ciò che ci attende l’indomani. Sognando Monaco (e i suoi castelli)...

13 APRILE: FAVOLA O FIABA?
Alle sei del mattino, baldanzose come non mai, siamo pronte a recarci in sala colazione, ansiose di cominciare la giornata che si preannuncia memorabile: è la volta del celebre castello di Neuschwanstein, per intenderci quello preso a modello dalla Disney per La bella addormentata, praticamente il luogo più fiabesco che esista!
Purtroppo il breakfast è turbato dall’ingombrante presenza del gruppo dei cinesi, che, chissà perché, ha invaso il locale malgrado fosse stato prenotato dalla nostra comitiva, forse per un disguido tra i responsabili dell’albergo. A differenza della coppia “musona”, che esigerebbe quasi un rimborso dalla povera Fabrizia per il disagio subito, ci stringiamo un po’ e troviamo un posticino per consumare il primo pasto della giornata: caspita, sembra proprio di essere in via Paolo Sarpi!
Come puntualizza la nostra accompagnatrice sul pullman, Neuschwanstein non è il castello delle favole, così come erroneamente viene definito, bensì delle fiabe, perché esiste una bella differenza tra i due generi letterari: da una parte la favola, breve, con un intento moraleggiante e gli animali come protagonisti, dall’altra la fiaba, più estesa, caratterizzata da personaggi umani e quasi sempre un lieto fine.
Uhm... questa spiegazione puzza di antologie che conosciamo fin troppo bene e programmi di prima media già visti... dunque scopriamo che Fabrizia, nella straordinaria veste di accompagnatrice del Turi Turi, è, nella vita di tutti i giorni, una nostra collega di lettere: anche lei ha valanghe di temi da correggere per le vacanze di Pasqua, e ce lo confida con orgoglio!
A un tratto, in seguito a queste rivelazioni, un pullman ci supera con arroganza: popi popi! È quello dei soliti cinesi, che sfilano sotto i nostri occhi increduli: ovviamente non possiamo fare a meno di fulminarli con lo sguardo e sperare di non incrociarli al castello.
E che castello! Neuschwanstein evoca atmosfere da sogno, popolate da belle addormentate e indomiti cavalieri, all’insegna dello stupore e del pittoresco. Nel cuore di una lussureggiante foresta, le alpi e un incantevole lago fanno da cornice a un posto unico nel suo genere, voluto dal re Ludovico II di Baviera nella seconda metà dell’Ottocento.
La vita di questo sovrano, che incarna l’ideale romantico di genio e sregolatezza, è carica di fascino, data la sua morte avvenuta in circostanze misteriose... quel che sappiamo è che Ludovico era uno spirito libero, viveva nel suo mondo immaginifico e, a differenza del suo antenato Ludovico I (quello delle Bellezze), ebbe un unico grande amore: Wagner. Fece edificare un castello che rispecchiasse i suoi ideali, e così sorse Neuschwanstein, il trionfo della fantasia. Lì purtroppo non trascorse giorni felici perché fu dichiarato pazzo, allontanato dalla sua dimora e infine annegò (?) nel lago di Starnberg.
Per raggiungere il castello occorre affrontare un’impervia salita; io e le mie compagne ovviamente ci avvaliamo di una carrozza trainata da due poderosi cavalli bavaresi: il percorso in mezzo alla fitta foresta, cullate da un leggero dondolio, ci fa sentire tutt’uno con i fratelli Grimm e i loro personaggi.
All’interno del castello ci imbattiamo in sale in stile neo bizantino, neo gotico e neo romanico, tutte decisamente sfarzose e impreziosite da dipinti che richiamano le opere di Wagner. Significativa la sala dei cantori, in cui le raffigurazioni si ispirano alla leggenda di Parzival: il sovrano venerava letteralmente il medioevo!
La passeggiata per raggiungere il ponte panoramico (anche se io non sono arrivata fin lassù!) e l’aria frizzante ci mettono un po’ d’appetito: in uno dei ristoranti intorno al castello gustiamo il pasto più ghiotto di tutto il viaggio, a base di salsicce, delle immancabili patatine fritte, birra e un brezel gigante, che io, Silvia e Marzia accogliamo con una sentita ovazione.
Tutte in carrozza, si torna al pullman! La discesa è ancora più dolce, se non fosse per uno strano imprevisto: a metà strada la nostra cocchiera decide che è ora di cambiare i cavalli, scambiandoli con quelli di una carrozza intenta a percorrere la strada in salita. Che cosa sarà accaduto? Gli animali hanno incrociato le zampe per indire uno sciopero, hiii[6], selvaggio? Non lo sapremo mai, ma quel che è certo è che siamo leggermente in ritardo... per fortuna i cavalli di Neuschwanstein non sono l’ATM e alla fine giungiamo al ritrovo spaccando il secondo. Si parte... stavolta, ahimé, verso Milano, e il rientro si preannuncia lungo e costellato da interminabili code autostradali. Per fortuna i nostri occhi sono allietati dal paesaggio: a sud le vallate diventano più verdi e dal profilo gentile, talvolta popolate da strani animali.
Passano le ore, gli autogrill, la Germania, l’Austria, il Brennero intasatissimo per via del controesodo, come previsto, e siamo ancora lontane da casa... occorre architettare qualche diversivo per scongiurare la noia, che incombe minacciosamente su di noi. Così, in seguito a svariate arguzie matematiche e peregrinazioni nella letteratura italiana (oh Ermione, chissà perché con Silvia si degenera sempre ne La pioggia nel pineto!), seguiamo con interesse la conversazione dell’anziana signora seduta in prima fila (quella della fotocamera perduta) intenta a civettare con l’autista.
«Ah sa, non ci sono più gli autisti di una volta... capitano certi screanzati, mentre lei guida benissimo. Bravo, tranquillo... in tre giorni di viaggio non ha mai trombettato nessuno. È sposato?».
Homer sembra turbato. «Intende dire» chiarisce Fabrizia, rivolta al collega «che in due giorni non hai mai suonato il clacson». Beh, tutto sommato ci voleva anche la signora, tra l’altro molto simpatica, a stemperare un po’ questo rientro lunghissimo e affannoso, peccato solo per i suoi oggetti smarriti e le brutte esperienze con autisti troppo facili al trombettamento... intanto abbiamo superato Sirmione, oh Sirmione!
In serata, con un paio d’ore di ritardo sulla tabella di marcia, giungiamo a Bergamo, dove si ripete la scena dei complicatissimi scambi di pullman dell’andata, e stavolta anche noi dovremo cambiare automezzo, separandoci.
... e alla fine arriva “Furia”, per la gioia di Silvia e Marzia, che molto probabilmente saranno caricate proprio lì, sul veicolo furente, dirette a Gallarate. Era destino. Così come è ineluttabile che il mio pullman sia l’ultimo ad arrivare, costringendomi a un’attesa di mezzora presso la stazione di Bergamo, ma sono in buona compagnia: ho ancora gli avanzi del brezel enorme di Neuschwanstein! Faccio per prenderlo nello zaino, ma ormai è secco, immangiabile, praticamente da buttare, sebbene il ricordo del suo sapore e di questi tre magnifici giorni bavaresi sia destinato a durare nel tempo: che cosa canterebbe Silvia in questa circostanza? Take my brezel away[7]...
[1] Reminiscenza dantesca
[2] Sinistra, sinistra, sinistra. Praticamente dovremmo girare tre volte a sinistra per trovare il locale
[3] Destra, destra, destra
[4] Ovviamente non è un riferimento offensivo, ma un’allusione alla foto del profilo di Silvia su Facebook
[5] Pensiero per la nostra amica e compagna di viaggio Elena
[6] quello era un nitrito
[7] In realtà il titolo della canzone, colonna sonora del film Top Gun, è Take my breathe away, qualcosa come “porta via il mio respiro”, ma Silvia non aveva capito bene e si ostinava a cantare Take my bread away, cioè “porta via il mio pane”. E allora perché non: “porta via il mio brezel”?


sabato 20 dicembre 2008

Buon Natale!!!


Buone feste a tutti! Un augurio affinché il Natale possa rinnovarsi ogni giorno nel vostro cuore e il 2009 possa essere ricco di momenti felici!
Faby

sabato 6 dicembre 2008

Le relazioncine storiche: Padova 2001!!

Novembre 2001
Gita a Padova, perché Giotto è sempre Giotto…

TROPPA GRAZIA, S. ANTONIO!!

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori[1]… mi attendono alla stazione centrale di Milano, davanti alla fontana invisibile e introvabile, la mattina del 26 novembre 2001, alle ore 6.45. Invece mi trovo di fronte a una congrega di candide matricole… si, insomma quelli delle lauree triennali, paghi tre e prendi due! Timidamente, ma con tono autoritario (perché esigo rispetto da gente di cotal guisa), mi rivolgo a loro, per assicurarmi che appartengano alla comitiva – Flores.
«Certamente!» rispondono, con le loro voci cinguettanti, ancora impregnate di tesina e terza prova. Quindi seguitano a discutere fra loro di crediti e debiti. Poverini! Ne hanno già così tanti alla loro età?
Intanto il gruppo si arricchisce di nuovi elementi: arriva Elena, poi Fabio, qualche vecchietto, quelli della scuola di specializzazione, e infine Silvia. Si tratta della sua prima gita in seguito alla conversione al buddismo cataro: chissà che non sia colta da qualche crisi mistica, vagabondando su e giù per chiese e cappelle…
Finalmente il furher Martino[2] compie la sua entrata trionfale, scortato dai suoi uomini. È stato programmato per condurci a Padova. È la sua missione.
Immediatamente prende pieno possesso della situazione, ergendosi, come un Cristo in mandorla, sopra la massa informe di matricole, sopra gli studenti di specializzazione, sopra di noi. Detta i suoi comandi, impartisce ordini, riesce a sedare ogni tipo di opposizione sul nascere. Pretende l’assoluto silenzio. In questo modo organizza la disposizione dei deportat… delle persone sui diversi vagoni del treno, e decide di relegarmi in quello delle matricole, separandomi così dal resto del gruppo.
«Non potrei sedermi insieme alle mie amiche?» protesto ingenuamente, suscitando l’ira del dittatore, che mi fissa con il suo sguardo pietrificante, intimandomi, dal profondo gelo degli occhi, di tacere.
Sono dunque costretta a cedere, e, terrorizzata e atterrita, mi precipito nel vagone carico di matricole, mentre gli altri sono dilaniati dalla nostalgia, dall’altra parte del treno.
I ragazzi - benetton (definiti in questo modo per via della loro età, zero – dodici) mi parlano, con voce tenera e fresca, ponendomi questioni come: ma che cos’è una biennalizzazione? Come ci si iscrive agli esami? È importante seguire teologia?
Sfinita dai vani tentativi di esporre alcune fondamentali caratteristiche del mondo universitario, cerco rifugio in un sonnellino, eppure non riesco a cessare di ascoltare quelle voci. Devo ricredermi: talvolta, questi ragazzi, che fino a ieri copiavano i compiti di matematica prima dell’inizio delle lezioni, riescono a stupirmi portando a compimento alcuni ragionamenti non privi d’arguzia come: «ma io l’esame di letteratura italiana penso proprio di dividerlo in due parti[3]».
Appena il treno giunge a Padova, abbandono le mie matricole e raggiungo le solite vecchie canaglie: insieme ci immergiamo nella cappella Scrovegni, riempendoci gli occhi di Giotto. Dato che il celebre luogo sta attraversando una fase di restaurazione, possiamo avvalerci delle impalcature per osservare da vicino i capolavori dell’artista trecentesco.
È vero, la cappella Scrovegni è irriconoscibile nel suo aspetto “operaio”, tuttavia è un’emozione unica, accessibile a pochi, ammirare a distanza ravvicinata le opere di Giotto, che in condizioni normali non avremmo potuto vedere così dettagliatamente. L’unica nota di sconcerto è data dalla presenza delle impalcature, malferme e traballanti, che miracolosamente riescono a sopportare il nostro peso, e anche quello della Flores.
Non appena termina la nostra visita alla celebre cappella, ci precipitiamo nel parco più vicino per pranzare, e quindi è la volta della chiesa degli Eremitani, dove la Flores ci inquieta con una delle sue caratteristiche più disarmanti e meno note: l’umorismo macabro alla Dylan Dog. La sarcastica donna, infatti, rileva come le statue di un sarcofago sembrino vive, sebbene rappresentino dei morti. Ride da sola. Siamo ancora in preda allo sconcerto.
Sarcofagi a parte, nella chiesa ci imbattiamo anche in alcune opere di Altichiero, uno dei discepoli di Giotto, prima di dirigerci verso l’incantevole chiesa di S. Antonio. Invece di soffermarci ampiamente sui numerosi capolavori, come la deposizione di Donatello, siamo come rapite dagli ex voto che sono ovunque. Elena, in particolare, prega intensamente davanti a questi. «Certo che ne ha fatte tante di grazie!»
La stessa fanciulla, poco dopo, riesce a meravigliare l’intera compagnia, riuscendo a datare quasi a occhi chiusi un monumento del Trecento, che rappresentava due angeli straziati.
Il nostro tour, rapido ma denso, si conclude con la visita al battistero, affrescato da Giusto de’ Menabuoi, un altro della combriccola di Giotto, o meglio del suo entourage. Dopodiché abbandoniamo Padova, rivolgendole l’ultimo malinconico saluto dalla stazione. Ma stavolta, sul treno non sorgono problemi riguardanti le divisioni e gli scompartimenti: nessuno, ti giuro, nessuno, nemmeno il Martino ci può separare, anche perché molte delle matricole si sono date alla macchia, essendo partite con il treno precedente, forse perché temevano di perdersi l’episodio dei Pokemon.
E, finalmente, proprio sul treno del ritorno, si compie l’agognato miracolo: l’eletta è Elena, che misteriosamente scampa a un’enorme e pesante valigia, che le stava precipitando sulla testa con inesorabile potenza. E pensare che ho visto tutta la sua vita passarmi davanti! È stato uno spreco di immagini…
Comunque io ritengo che vi sia anche lo zampino della Flores, la quale protegge perennemente i suoi studenti, anche a distanza, soprattutto quando questi mostrano devozione per la sua città natale.Padua me genit[4], un giorno si dirà.
[1] Omaggio all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto
[2] Uno studente dell’ultimo anno, adulatore impenitente della prof. Flores d’Arcais, come del resto di tutti i professori.
[3] È obbligatorio sostenere l’esame di Letteratura Italiana in due parti
[4] Omaggio alla prof. Flores d’Arcais, originaria di Padova

Le relazioncine storiche: Assisi 2000!!!

Maggio 2000
Assisi… dove il tempo si è fermato, dove la predica agli uccelli è sostituita dalla caccia alle zanzare entrate in stanza… dove gli autisti si sfilano i calzari e gridano…

BALORDA!!! (RESOCONTO DI UN VIAGGIO AD ASSISI)

Il 17, 18 e 19 si andrà ad Assisi… tra il 16 e il 20 maggio saremo nella basilica di S. Francesco… passeremo lì due giorni… trascorreremo tre giorni in Umbria… si tratta di un venerdì, un sabato e una domenica… forse addirittura giovedì! Sono queste le vaghe informazioni della professoressa di arte medievale Francesca Flores d’Arcais, detta anche Fra Fra o semplicemente Flo Flo, per gli studenti più intimi, come me, del resto.
E allora, quando si parte per Assisi?? Nessuno lo ha ben capito, ma fortunatamente vari studenti decidono per caso di trovarsi verso le otto del mattino di giovedì 18 davanti alla Santa Sede dell’università Cattolica[1], e, ironia della sorte, appare anche lo scalcinato pullman destinato ad accompagnarli, con il rispettivo autista, giunto direttamente da Bergamo alta, ma che dico alta… altissima! Con l’occhio un poco spento e le fibbie delle scarpe sciolte per far arieggiare i piedi, si dirige verso la vettura: guiderà in queste condizioni sino alla fine del viaggio, esclamando «pota, pota» di tanto in tanto.
Il peggio sembra essere passato, quando fa la sua comparsa anche la vera protagonista del viaggio: la nostra Flores!
La donna incede maestosamente, gettando tutti nella delusione più completa, dato che il suo abbigliamento non è completato dal suggestivo cappotto - tavola da biliardo verde, quello che sfoggiava a lezione, detto anche “viva la carambola”, dagli studenti più spacconi, come, del resto, anche me.
Pertanto il suo passaggio è accompagnato da un «oooohhh» di disappunto da tutti coloro che già si erano organizzati portando le stecche, le palline, il gesso e, perché no, una bottiglia di whisky da consumarsi preferibilmente dopo le sconfitte.
Il viaggio sembra tranquillo: l’autista si permette anche un panino con la pancetta, lo offre alla Flores, che sorridendo accetta; quando, all’autogrill, la pace di questi ragazzi è turbata da un folto gruppo di carabinieri, poliziotti armati fino al collo che perlustrano la zona. È meglio allontanarsi rapidamente e riprendere il lungo tragitto… intanto emergono già i personaggi più clamorosi di questa gita: c’è Enza detta Piera, o Piera detta Enza, Pienza, per assimilazione, studentessa al diciottesimo anno fuori corso, impegnata tenacemente in numerose attività come: perforazione delle schiene altrui attraverso un fastidiosissimo picchettare, facciamo impazzire la gente di giorno, facciamo impazzire la gente di notte, alitiamo a volontà, facciamo la doccia nelle stanze altrui senza chiedere il permesso… e altro ancora.
Poi c’è il gruppo degli “specializzandi” in arte, un élite di ragazzi colti, coltissimi, eruditi, capeggiati dalla “Miss specis specis so tutto di più”, che non si stanca mai di ostentare il suo sapere.
Chiude la serie l’assistente Terzaghi, detta anche “mitico Antelami” o “mitico Donatello”, che a Perugia, dove ha luogo la prima tappa del nostro calvario… ehm… viaggio, riesce anche a far colpo su due vitelloni del luogo.
Proprio in questa città purtroppo è stata costruita una fontana di inestimabile valore artistico: quella dei fratelli Nico e Giovi Pisano. Poiché «fortunatamente non si paga il biglietto per vedere la fontana di piazza» (parole testuali dell’amica Flo Flo), una ragazza molto specializzanda decide di trasmettere agli altri tutte le sue sterminate conoscenze sul monumento, coinvolgendoli in una via crucis lunga quasi 2 ore, che prevede 13 giri attorno alla fontana in questione, soffermandosi su ogni minimo particolare storico, artistico, filosofico, simbolico e letterario, sotto il sole cocente del pomeriggio. E quando il tour sembra essere finito, il sollievo cede il passo alla disillusione: «passiamo ora all’analisi della parte superiore»… e via! Inizia un altro giro, più lento e inesorabile di quello precedente. Gli studenti del primo anno sono esausti e arrabbiati, e si trovano di fronte a due possibilità: o buttarmi nella fontana (chissà perché… io cercavo di tirarli su di morale), o approfittare delle numerose distrazioni della Flores per fare i turisti per caso e, perché no, mangiare un gelato. Scartata la prima ipotesi, molti si dirigono presso la gelateria più vicina, abbandonando così Fra Fra e la ragazza erudita impegnata a esporre, detta Cra Cra (perché si stagliava come un rospo sullo sfondo della fontana).
Finalmente, in seguito alla visita al palazzo del Cambio e al museo di Perugia, gli imperituri protagonisti della gita salgono nuovamente sul pullman per dirigersi ad Assisi, dove li attende un albergo molto particolare: la reception (con ristorante annesso) dista 500 metri di salita fra le strade di Assisi (che guarda caso deriva dalla parola “Ascesi”) dalle loro stanze, collocate in questa sede distaccata e… sfortunata!
Ma non importa! È giunto il momento della cena e gli studiosi non vedono l’ora di mettere a tacere il loro appetito… non potevano farlo meglio… con una pastasciutta veramente ambigua, intrisa di olio, da consumarsi preferibilmente entro giugno… di qualche anno fa.
Concluso in qualche modo il pasto, ai nostri eroi non resta che riposare prima del secondo, terrificante giorno in cui si chiuderanno nella basilica di S. Francesco… per non uscirne più…
Tanto per cominciare, la Flores ritiene opportuno trascorrere tutta la mattinata, dalle nove a mezzodì, nella basilica inferiore, che non è oggetto del corso monografico! E così, tra calci e pugni a turisti stranieri, rimproveri più o meno assillanti da parte delle guardie e di qualche fraticello, non ci si poteva non imbattere nel grande capo della ristrutturazione della basilica, che spiega ai giovani, più o meno aspiranti restauratori, il suo lavoro, parlando anche con scioltezza della sua disavventura durante il terremoto, che l’ha visto intrappolato sotto le preziose macerie: «ma» afferma «si vede che non era ancora la mia ora…», e con la medesima naturalezza prosegue la sua lunga dissertazione, lasciando tutti senza pranzo…
Nel pomeriggio la visita prosegue al laboratorio dei frammenti e alla basilica superiore, che finalmente i simpatici alunni possono vedere dal vivo, e non nelle foto in bianco e nero della diapositive della Flores, deleterie e criminali.
Al ritorno in albergo, in seguito a un edificante incontro con un gatto diabetico, e per giunta con la temibile Piera, dopo il riposo e la cena, alcuni confabulano sul da farsi per la sera, e, alla fine, la decisione non può essere che una: tornare alla basilica per godersela anche by night! Ovviamente, c’è lo zampino della Flores, e, pertanto, qualche ignoto, vagamente nauseato, decide di tornare indietro all’albergo per impegnarsi a fondo in varie attività, come: mangiamo sul letto di Fabiana, sbricioliamo sul letto di Fabiana, e altro ancora.
Scattano inoltre giochi intelligenti del tipo: obbligo verità, nella variante che costringe la malcapitata (ahimè) a bere del succo alla fragola, e, dato che il sapore della bevanda in questione non è dei migliori, affiorano numerosi particolari succosi che nessuno si sarebbe mai aspettato: in succo veritas.
E finalmente il giorno seguente, sabato, si torna a casa. Abbandonati dalla piccola Flo e dalle amiche specializzande, che tornano in treno, in seguito a una breve pausa alla Porziuncola, presa d’assalto da carabinieri e poliziotti armati fino al collo, provenienti da tutta Italia (che turbano nuovamente la pace dei ragazzi), i nostri eroi restano soli in balia dell’autista, soprannominato pancettomane, o più brevemente puncettone, che si diletta a insultare Anissa, una ragazza della comitiva, chiamandola “balorda”, perché rea di preferire Cadorna a S. Ambrogio.
Peggio di così non può andare? Non ne sarei tanto sicura, dato che il momento-brivido del viaggio viene lambito quando l’autista scopre che la parte posteriore del pullman sta andando in fumo, e decide di fermarsi in un luogo sicuro: a ridosso di una profonda scarpata, che sembra quasi dire ai poveri passeggeri «ehi… guarda un po’ giù!!!». Tutti si alzano in piedi, vogliono scendere, abbandonare la vettura al più presto, ma, dato che ciò non è possibile, si accontentano di camminare da una parte all’altra del pullman, facendolo dondolare, in una situazione già abbastanza precaria.
Ma il pseudo-autista decide di prendere in mano la situazione, e cambiare l’acqua del radiatore, avendo capito di aver infierito a sufficienza sui viandanti…Tutti, quindi, fanno ritorno a casa sani e salvi, felici e contenti, ognuno coi propri pensieri, magari rivolti all’esame su tutta questa visita, in particolare gli studenti più diligenti, come, del resto, certamente… non me, e chiunque scriva altre malignità sulla storia dell’arte e i suoi professori!
[1] Espressione usata per designare la sede centrale dell’università

sabato 18 ottobre 2008

Foto del viaggio storico in Belgio del 1998!!



Sono passati già 10 anni e non sembra vero...
Guardate come eravamo pimpanti e gagliarde durante la nostra gita a Bruxelles, Bruges, Gand, Anversa, Amsterdam e tanti altri posti incantevoli. Per rinfrescarvi la memoria, leggete la relazioncina "Belgio 1998". Un GRAZIE a Silvia Fox, che mi ha permesso di pubblicare queste foto!
Faby