Ma l'ho compreso, pensandoti stasera
che il tramonto nei tuoi occhi
non sarà mai sera.
Fabiana Sarcuno, "Il viandante del ritorno".
domenica 17 novembre 2013
sabato 9 novembre 2013
Rendere fumo le convenzioni
Il mio cuore era appagato perché avevo toccato quella meta rendendo fumo le convenzioni e gettandomi a occhi chiusi nel viaggio. Fabiana Sarcuno, "Non ho una lira".
sabato 2 novembre 2013
L'ironia...
L’ironia è ciò che ci tiene in vita: consente di metterci in gioco e di difenderci da chi si prende troppo sul serio. Fabiana Sarcuno, "Non ho una lira".
venerdì 1 novembre 2013
Possa il mio stupore...
Possa il mio stupore
Riecheggiare
Come la risata di un bambino.
(Fabiana Sarcuno, "Ancora tenterò la mia lira")
martedì 20 agosto 2013
sabato 17 agosto 2013
PROVENZA 14-16 AGOSTO: LA RELAZIONCINA
Sulle tracce
di Cezanne, Zola, Petrarca, Van Gogh e ovviamente dei poeti provenzali!
TAN
M’ABELLIS L’AMOROS PENSAMEN[1]
14 agosto: Pronti, Provenza,
via!
Badabum! Vorrei cominciare questa relazioncina con
una rovinosa caduta dal letto, la prima nei miei (quasi) 33 anni di vita,
proprio mentre sogno di essere in mezzo a un campo di lavanda, inebriata dal
profumo dei fiori. E invece mi ritrovo sul parquet di casa, con le ginocchia
sbucciate e la consapevolezza che tra qualche ora lambirò una terra ricca di suggestioni
artistiche e poetiche, soprattutto se penso ai miei amati trovatori occitanici,
che intorno al 1100 cominciarono a verseggiare in lingua d’oc, dando vita a una
raffinatissima scuola poetica di corte, così importante anche per la tradizione
letteraria italiana.
Il viaggio in pullman procede tranquillo e senza
intoppi. Laura, l’assistente di viaggio della Turi Turi, è molto gentile e
premurosa; inoltre io e mia mamma, che mi accompagna in questo tour, ne
approfittiamo per conoscere alcuni dei componenti del gruppo, come Rossella, la
signora Anna, i due fratelli Davide e Marina, una simpatica famiglia di
Bergamo, nonché Michela di Pero, una fanciulla con una missione ben precisa:
acquistare una tovaglia in terra occitanica, costi quel che costi!
Cammina cammina, a furia di calpestare placche e…
vabbè, io anche qualcos’altro (ma si trattava dell’unica bruttura, Aix è una
città pulitissima e ben curata), giungiamo nel cuore del centro storico, senza
dimenticare di ammirare le splendide fontane che adornano questa località, come
quella di Corso Mirabeau.
Ecco allora che scopriamo la cattedrale, la cappella
degli Oblati, il Municipio e il museo Granet, le architetture barocche (ma non
troppo, sempre abbastanza sobrie) mentre una calura piuttosto decisa ma non
eccessiva ci accompagna e le cicale continuano a frinire. Perciò ci concediamo una sosta, gustando la specialità del posto: i calissons, dolci
fatti con pasta di mandorle. Calissons, cioè delicati come carezze: pare che
una principessa molto triste e sempre imbronciata abbia sorriso per la prima
volta dopo averli assaggiati, ma se devo essere sincera non mi sembrano un
granché.
E la lavanda? Beh, siamo ad agosto ed è un po’
sfiorita, in compenso la melodia delle cicale ci segue ovunque, anche al
Novotel, dove i francesi hanno la strana abitudine di farti trovare in stanza
l’aria condizionata al massimo e il piumone nel letto. Però qui almeno non
cado!
15 AGOSTO: A CASA DEL PAPA
Slap! Potrei iniziare questa giornata col suono di
uno schiaffo, non solo quello di Anagni ricevuto da papa Bonifacio VIII (oggi è
la giornata dedicata al palazzo dei papi ad Avignone), ma anche a quello,
metaforico, incassato dalla famiglia bergamasca, capeggiata dalla piccola
Francesca. A colazione non fanno in tempo a voltarsi un attimo e, voilà, la
borsa contenente soldi, documenti e un I-Phone sparisce come per magia.
A causa di quest’evento poco edificante ricorderemo
il Novotel come l’albergo di Arsenio Lupin: insomma, il viaggio si tinge di
giallo, tra atteggiamenti non proprio carini del personale dell’hotel, Laura
che si fa in quattro per andare in questura e la borsa che viene ritrovata la
mattina stessa in un altro albergo. Naturalmente, tutto razziato.
Ma cambiamo argomento e raggiungiamo Avignone, che dal
1309 al 1377 fu sede dei pontefici, affacciamoci dal celeberrimo ponte sul
Rodano e ripercorriamo le alterne vicende tra la Chiesa di Roma e
i sovrani di Francia. Andiamo anche più avanti nei secoli, all’epoca della
Rivoluzione francese, e scopriremo il motivo per cui il palazzo dei Papi,
all’esterno maestoso e imponente, si presenta con numerose “mutilazioni” al suo
interno. I rivoluzionari, infatti, avevano l’abitudine di tagliare le teste, le
mani e i piedi delle statue nonché degli affreschi raffiguranti religiosi e
santi, perché in questo modo miravano a distruggere il potere della Chiesa.
Anche il parco del palazzo merita una visita
approfondita, per la vegetazione curatissima con attenzione a ogni dettaglio,
per i pesci enormi che sguazzano nel laghetto intimando ai turisti di dar loro
da mangiare (aiuto!) e per l’atmosfera solenne che vi si respira.
Ma Avignone non è solo questo: all’interno delle mura
scopriamo che il centro storico è un vero “gioiellino”, tra giostrine d’altri
tempi e negozietti pieni di lavanda: purtroppo neppure qui Michela riesce a
trovare la sua tovaglia ideale; in compenso ci godiamo una baghette memorabile.
Poi è la volta di Isle Sur La Sorgue: sotto certi
aspetti ricorda un po’ i navigli milanesi, solo che non siamo in una grande
città, ma in un borgo animatissimo e molto caratteristico, pieno di mulini ad acqua e di angoli da scoprire.
Il secondo e ultimo borgo che vediamo nel pomeriggio
è Valchiusa, luogo petrarchesco per eccellenza! L’autore dei Rerum Vulgarium Fragmenta amava
trascorrere le sue giornate nella quiete di questo posticino idilliaco “incastonato”
nella montagna, dominato dai boschi e dalle acque della Sorgue. Acque? Ma che dico acque? Chiare fresche e dolci acque!
16 AGOSTO: IL SOLE MI FA CANTARE!
Cri cri… vediamo se indovinate quest’ultima
onomatopea: mah sì, sono le cicale, ancora loro! Non ci hanno abbandonato un
attimo durante la nostra permanenza in Provenza, e per giunta ad Arles notiamo
che i negozi sono pieni di souvenir che rappresentano in tutte le salse
l’inquietante animaletto. Ma perché? Beh, per la farla breve la cicala è uno
dei simboli della Provenza. Tutto inizia con un verso del poeta Frédéric
Mistral, il quale scrisse: “il sole mi fa cantare”. Quindi un artigiano ebbe
l’idea di iniziare a realizzare sculture per rendere omaggio alla… colonna sonora
delle estati provenzali. E così troviamo cicale ovunque, ma anche una scultura
dedicata a questo poeta.
Arles è una cittadina più afosa delle precedenti,
meno curata e con una vocazione spiccatamente contadina. Ed è soprattutto il
luogo che ispirò alcune delle opere più celebri di Vincent Van Gogh, come
quella della sua stanza d’ospedale. Qui infatti l’artista fu ricoverato e
trascorse alcuni degli anni più difficili della sua travagliata esistenza:
allora non ci resta che ripercorrere anche i luoghi del precursore
dell’Espressionismo, senza dimenticare la Cattedrale, dove gotico e romanico si
fondono armoniosamente, fino a raggiungere la parte antica della città. Qui
sorge il sito archeologico, dominato dal teatro romano, in cui attualmente si
svolgono corride (questa non è una cosa bella). Qui concludiamo questo piccolo
viaggio attraverso una grande terra e, udite udite, Michela riesce finalmente a
trovare non una ma due tovaglie! Per di più scontate!
Tutti sul pullman: Laura (o L'aura??) ci invita a osservare dal finestrino gli ultimi scorci di
Francia: Cannes, Nizza, la baia di Montecarlo, l’azzurro spavaldo del mare, e
così si conclude l’ultimo viaggio di quest’estate. Merci beaucoup.
[1] Incipit di una nota poesia
di Folchetto da Marsiglia, uno dei trovatori
provenzali più rappresentativi.
mercoledì 31 luglio 2013
TRIESTE 01-07-2013: LA RELAZIONCINA
Keep calm and… abbassare il tono della voce, grazie!
A TRIESTE, DI BUON GRADO!
Da dove potrei cominciare questo viaggio verso la
città mitteleuropea più letteraria di tutte, patria di Saba e Svevo per citare
due autori a caso? Forse da me e Mary che facciamo il nostro ingresso a bordo
della lussuosissima prima classe del Frecciarossa (in offerta, ovviamente),
con tanto di accoglienza, giornale, drink e tutto il resto? Oppure dalla befana
con la quale abbiamo la sfortuna di dividere la carrozza (semivuota) che ci
intima di abbassare la voce (cioè, avete presente il tono di Mary?) perché lei
deve studiare… ma che venga bocciata, le auguro di cuore io, che ho studiato
come una matta durante gli anni del liceo e dell’università nell’affollatissima
metropolitana milanese, laureandomi con il massimo dei voti sulla linea verde!
Sta di fatto che, mentre la carrozza numero uno è immersa nel silenzio, dato
che le persone sono traumatizzate dall’isteria della signora, il treno giunge a
Trieste e finalmente possiamo smettere di comunicare con il linguaggio dei
segni!
Ci rechiamo innanzitutto all’hotel Alabarda, che a
prima vista non suscita un’ottima impressione, dato che è collocato all’interno
di un palazzo fatiscente che ospita anche un ospizio e un asilo nido, però una
volta raggiunta la reception veniamo rassicurate dall’accoglienza gentile degli
albergatori, senza contare che la posizione dell’albergo è centralissima, e le
stanze sono spaziose e pulite (la nostra confina proprio con la sala buffet
della colazione, un’altra buona notizia)!
Appena usciamo, dirette al Canal Grande, ci rendiamo
subito conto che tutti i triestini hanno dei modi cordiali e sono sempre pronti
a darti qualche indicazione appena ti vedono in difficoltà. Tutti, ma proprio
tutti: dal ristoratore che riceve i clienti col sorriso sulla bocca, al
gabbiano meticcio che io importuno sul lungomare, fino alla statua di Joyce, il
grande scrittore irlandese molto legato a questa città: se potesse parlare
anche lui ci darebbe una mano a orientarci per le vie di Trieste!
Per mia fortuna, Mary è un super GPS e in men che non
si dica mi conduce nella maestosa Piazza dell’Unità d’Italia, adornata da
elegantissimi palazzi che rivelano il passato di questa città, legata
all’Austria e agli Asburgo. Per non parlare dei caffè d’epoca e delle viuzze
del centro storico, che percorriamo fino a raggiungere il Parco della
Rimembranza, dedicato alle vittime delle foibe. Inizia la salita verso san
Giusto, tra mura pericolanti e animali amputati (ne incontriamo parecchi e ci
domandiamo perché), finché giungiamo al Castello, dal quale è possibile godere
di una spettacolare vista della città, e alla Cattedrale, in stile bizantino.
Quanta storia in questi luoghi, quanti contrasti tra gli stili delle diverse
epoche e quanto silenzio nel parco esterno ai due monumenti: qui non ci
sogniamo neanche di alzare il tono della voce!
Dopo aver ammirato il tramonto sul lungomare,
scopriamo che nella nostra stanza d’albergo… piove, a causa del condizionatore,
ma tanto è Mary a beccarsi tutte le gocce, e poi devo dire che i ragazzi della
reception si danno da fare subito per sistemare il danno.
Il secondo giorno comincia con la visita al castello
di Miramare, con i triestini sempre pronti a indicarti la strada per
raggiungere il bus più vicino e una straordinaria passeggiata costeggiando il
mare, verso il parco del castello. La giornata è stupenda, un sacco di gente
prende il sole sugli scogli e si tuffa nelle acque dell’Adriatico, mentre noi contempliamo la dimora di Carlotta e Massimiliano d’Asburgo. Che meraviglia! Personalmente sono affascinata sia dagli interni sia dal curatissimo
giardino, che tra l’altro ospita anche un coro di bambini. Le loro vocine cantano
uno strano inno che fa: “mao mao mao” e un gatto, indispettito, si avvicina.
Insomma, inutile dire che la mattinata scivoli via in
un attimo. Dopo pranzo è la volta di un’altra tappa fondamentale: la Risiera di
San Sabba, quel che resta di un campo di concentramento dotato di forno
crematorio. Ci sarebbero tante cose da dire su questa visita, sulle emozioni
provate alla vista degli ambienti di tortura e sopraffazione dell’essere umano,
ma forse è più giusto e rispettoso stare un attimo in silenzio. E pensare.
Il pomeriggio non è ancora finito: c’è tempo per
salire al faro con il bus 42, un autobus che passa poco frequentemente e quando
passa… non è detto che si fermi a raccoglierti!
Questo lo scopriamo quando arriviamo al Faro della
Vittoria, che si rivela una delusione perché chiuso per ristrutturazione! E noi
non lo sapevamo, ahimè! E rimaniamo sperdute in mezzo al nulla per una buona
mezzora, e io che cerco di distrarre Mary con qualche spiegazione sulla storia
di ‘sto monumento, e però non c’è niente da spiegare… e l’autobus che ci
sfreccia davanti ignorandoci. Insomma, una situazione critica che risolvo
mettendomi in mezzo alla strada e agitando le braccia: solo in questo modo
l’autista del bus successivo inchioda e si degna di farci salire. Viva il 42!
La serata si conclude con una cena presso una
salumeria locale (in ogni locale ci imbattiamo in cartelli che segnalano di
abbassare la voce dopo una certa ora, è una persecuzione!) e infine con
l’ingresso nella stanza gocciolante… ma è sempre Mary a bagnarsi!
3 luglio: levataccia! Ci alziamo prestissimo e
mettiamo fretta al signore che prepara la colazione perché abbiamo progettato
un’escursione in barca a Grado, e nessuno ci può fermare! L’appuntamento è al
Molo Audace, con il battello e una scolaresca formata da una ventina di
bambini, tanto per ricordarmi che mestiere faccio!
Un’altra giornata di sole strepitoso ci attende: in
particolare trascorriamo la mattinata in spiaggia: la costa è bassa, sabbiosa e piena
zeppa di paguri. Il pomeriggio è dedicato invece alla visita del borgo antico
della città, in particolare delle chiese di S. Eufemia, S. Maria delle Grazie,
di epoca paleocristiana, e del lapidario.
Quando torniamo a Trieste è ormai sera e Piazza
dell’Unità d’Italia illuminata ha un non so che di magico. A dire il vero siamo
illuminate anche noi, perché il sole preso in barca e in spiaggia inizia a
farsi sentire con veemenza: sembriamo due luminarie natalizie, per giunta io
scotto e vaneggio… buonanotte!
Ma il meglio deve ancora venire. L’ultimo giorno a
Trieste ci avventuriamo nella zona del Carso, al confine con la Slovenia, alla
scoperta della Grotta Gigante. Si sale su, sempre più su con il bus (il
famigerato 42, ma ormai abbiamo imparato la lezione!), si esce fuori dalla
città, si arriva quasi al capolinea e poi si prosegue a piedi, in base alle
indicazioni fornite da un’anziana signora nella quale ci imbattiamo.
Siamo arrivate? Le chiediamo. Non ancora, risponde lei: dovete prendere una viottola,
attraversare un passo montano, guadare il fiume, addentrarvi nel bosco
lasciando le noci al vostro passaggio per non perdere il sentiero e poi,
cammina cammina incontrerete una strega cattiva che vi offrirà una mela
avvelenata, ma voi la neutralizzerete con l’unica noce che vi è rimasta in
tasca, una noce magica che si trasformerà in un principe azzurro, che la farà
innamorare e vivranno per sempre felici e contenti.
Veramente non ci ha detto proprio così, però il senso
era quello.
Comunque in qualche modo… eccoci alla Grotta Gigante.
Indovinate perché si chiama così? Nell’attesa di entrare e iniziare il percorso
con la guida, una ragazza inglese si avvicina a Mary chiedendo di scattare una
foto a lei e al resto della sua comitiva. Mary, per tutta risposta, si mette…
in posa!
Per fortuna arriva l’accompagnatore e possiamo
iniziare il tour della grotta, altrimenti chissà come andava a finire con i
sudditi del piccolo Alexander… dunque scendiamo in profondità, sempre più giù, negli
abissi più reconditi della terra. Sembra di essere in un romanzo di Verne,
oppure nell’Inferno dantesco: insomma, un’esperienza unica!
I gradini (gradoni…) mettono a dura prova le mie
gambe, ma vale proprio la pena di ammirare questo spettacolo di stalattiti e
stalagmiti: si tratta di una delle grotte più grandi d’Europa e come se nulla
fosse ci ritroviamo a più di cento metri di profondità, brrr…
La guida ci racconta la storia della scoperta della
grotta, spiegando anche come si è formata questa cattedrale sotterranea, grazie
all’erosione e all’azione dell’acqua e del carbonato di calcio. Un lavoro
goccia a goccia compiuto dalla natura. Si risale in superficie con un po’ di
affanno e un leggero stordimento per lo sbalzo repentino di temperatura. Quindi
usciamo a riveder le stelle… anzi il sole! Non c’è niente di meglio che
recuperare le energie con un pranzo tipico del Carso, o almeno… il ristoratore
del locale vicino alla grotta lo spaccia per tale, ma a me sembra tanto di
mangiare una cotoletta alla milanese ripiena di formaggio fuso e prosciutto
cotto… boh. Il tizio però afferma con convinzione che questa specie di cordon
bleu sia un’autentica specialità locale e insiste per farci prendere qualche
altro piatto. Dunque cedo all’insistenza e assaggio un dolce tipico, almeno
spero, alle noci.
Tipicità a parte, è ora di rientrare all’hotel
Alabarda, ringraziare gli albergatori dell’ospitalità e del servizio, prima di
metterci in viaggio. La seconda classe del Frecciarossa ci attende, e qui
arrivano le note dolenti, a causa di un mio errore nella prenotazione on line del
giorno del treno e a causa di uno zelantissimissimo controllore, il partenopeo
Alfonso, che proprio nun ne vò sapè di chiudere un occhio, anche se il
biglietto noi l’abbiamo pagato, eccome… anche se il treno è DESERTO… anche se
proviamo a prenotare in fretta e furia a pochi minuti dalla partenza tramite
smartphone ma trenitalia non lo permette… anche se poi questi gendarmi chiudono
un occhio quando a loro fa comodo, si sa. Ma Alfonso è scucciato, e noi… jamm
ja… foraggiamo Trenitalia e Fecciarossa.
Il viaggio però si conclude in modo lieto, con una
famiglia di egiziani diretti a Milano (anche loro hanno avuto problemi con
Trenitalia, ma dai?!) che ci domandano informazioni turistiche sulla metropoli nonché
la strada più comoda per raggiungere il loro albergo dalla stazione. E per
ringraziare ci donano una pergamena bellissima.
Insomma, per ogni incontro storto, per ogni volta che
ti viene imposto di abbassare la voce, c’è sempre una sorpresa, un sorriso più
grande, c’è sempre l’azzurro abbraccio del mare.
Questo ho imparato dopo aver conosciuto Trieste,
città border line di scrittori e poeti, città capace di spettinarti l’identità
con un soffio di vento. Funiculì funiculà.
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